Ci sarebbe tanto da dire del libro di Nicola Lagioia, “Riportando tutto a casa” (Einaudi). Ma posso spingermi poco oltre le altre centinaia di recensioni che sono state scritte: un libro generazionale, scritto con eleganza, maturato da uno scrittore che oltre ad essere una penna con capacità invidiabili si spinge anche oltre, in quel vicino (ma a volte irraggiungibile) mondo di teste pensanti, per non dire intellettuali. Non credo sia il caso di tessere le lodi di un libro che ha già fatto parlare di sé e con ottimi risultati. Né voglio parlare di quello che l’autore sta oggi facendo, interpretando dubbi e riflessioni del gruppo di cui fa parte, la Generazione TQ, Trenta- Quaranta: si aprirebbe un discorso troppo lungo “sull’inutilità delle etichette”, anche se dettate da dati effettivi quali quelli di nascita. Ciò che più mi è piaciuto constatare nelle pagine di “Riportando tutto a casa” è un elemento storico, che ha segnato una società: l’effetto Chernobyl. La narrazione di Lagioia si svolge negli anni Ottanta, a Bari. Tre ragazzi sono i protagonisti di questa storia, raccontata dall’occhio di uno di loro. Vivono la crescita adolescenziale, il sesso, l’eroina, i loschi affari gestiti dai loro genitori: tutto in una società italiana che sta vivendo la meraviglia della bolla economica in costante crescita. Il narratore ritorna a quei ricordi, da un tempo più vicino al nostro, cercando di capire alcuni atteggiamenti dei due compagni e la loro fine (o per meglio dire, la fine di un periodo). Ma nelle pagine c’è di più: c’è la storia di un Paese, l’immagine di un periodo storico, affascinante e catastrofico, atrofizzato anche negli anni in cui tutto esprimeva una vertiginosa crescita. E se da una parte c’era la nuova società in movimento, dall’altra restava immobile quella che sul treno del progresso non era salita. E dalle pagine di Lagioia si comprende bene che questa è la più indifesa: è la tradizione, la semplicità della tradizione. Ma se queste riflessioni sono già state usate e abusate (ciò non toglie la grande capacità del libro), ciò che impressiona sono poche pagine rivolte al disastro nucleare del 1986. Cernobyl fu il terromoto che creò una falda nella società, che segnò intere generazioni, soprattutto quelle che oggi appartengono ai Trenta Quaranta. Non si parla della caduta del Muro di Berlino (sono state solo immagini viste alla televisione); non si parla degli effetti della politica italiana, dei sequestri, della guerra fredda. No, nel libro di Lagioia la Storia diviene orizzonte con Cernobyl. Acquisti irragionevoli, scorte necessarie per mesi, idee geniali per far soldi con la paura, come la costruzione di abitazioni con bunker atomico: sono scene del libro ma le ricordiamo tutti. L’effetto Cernobyl viene oggi rivissuto dai trentenni/quarantenni perchè memoria di una follia, che inconsciamente è rimasta attaccata all’anima per anni. Ma non solo Lagioia ne parla: Massimiliano Pieraccini ne ha costruito addirittura un intero thriller sul caso (“L’anomalia” – Rizzoli – uscito da pochissime settimane). Da quel momento la società è mutata: la paura è entrata di diritto a far parte dei mezzi comunicativi più efficaci. Cernobyl non è stato solo un disastro ecologico ed umano ma ha introdotto il tarlo dell’inaspettata “fine di un sogno”. Paura: questo è ciò che ha regolato gli andamenti della nostra società da quel momento in poi. E chi ha saputo cogliere questo aspetto, lo ha sfruttato, relegando gli italiani a servi del loro stesso timore.

“Riportando tutto a casa” di Nicola Lagioia

edito da Einaudi

pp. 288  –  euro 20