“Gli ultimi saranno i primi” recita il Vangelo. Ma sono parole per un’esistenza oltre la vita, un messaggio che non contempla la superbia di questo mondo. E invece questa frase è stata travisata e, in maniera quasi sacrilega, quelli che ieri erano considerati gli ultimi oggi pensano di essere i primi. Gli italiani emigranti di un tempo sono diventati i nazionalisti dei nostri giorni, i populisti delle ronde, del “fuori gli extracomunitari dalla penisola”, del “ci rubano il lavoro”. Se fosse solo questione di religiosità basterebbe una sana strigliata del Pontefice a far tornare le cose a posto. Purtroppo, però, il problema è atavico e insito nel dna dei peninsulari. Siamo gente che dimentica facilmente il passato e perde troppo spesso le proprie orme. Qualcuno però ha pensato bene di rinfrescare la memoria a tutti. Nel 2002 è uscito “L’orda” di Gian Antonio Stella (Rizzoli Editore), pubblicato recentemente anche in edizione economica e tascabile. Il meraviglioso sottotitolo la dice lunga su ciò che il lettore troverà scritto dietro la copertina: “Quando gli albanesi eravamo noi”. E come dargli torto pensando ai tanti bisnonni partiti con posti di “quarta classe” su navi dirette a Nuova York. A volte nelle cassapanche in soffitta si scoprono ancora le cartoline, scritte in un italiano sdentato. Era il miraggio di una vita diversa, ricca, sperando di rubare una fetta di paradiso prima del tempo. Ma non solo avi del secolo scorso sono stati migranti: nel 1962 Mario Trambusti, fiorentino, cadeva  e si sfracellava al suolo cercando di varcare clandestinamente il confine francese sugli strapiombi rocciosi di Ventimiglia. E noi che ci scandalizziamo delle imbarcazioni di disperati che raggiungono le nostre coste! Siamo stati un popolo di emigranti, di clandestini, di “poveri diavoli”. Fino agli anni Cinquanta negli Stati Uniti eravamo citati dalla stampa come un popolo di lustrascarpe e mafiosi, in Australia eravamo straccioni e la Svizzera ci odiava, trattando chi riusciva a varcare il confine come pezzenti. Le famiglie dei nostri connazionali emigrati abitavano in piccole e malconce baracche e lì dormivano, lavoravano e mangiavano più di dieci persone; i bambini erano mandati a lavorare in miniera o nelle fabbriche non appena avevano acquisito un po’ indipendenza motoria, oppure erano scaricati nella strada alla ricerca di qualche spicciolo di elemosina; gli uomini partivano per “fare la stagione” nelle saline a sud della Francia (attività che i francesi non volevano più svolgere per l’enorme fatica che procurava e la poco stipendio proposto!). A questo quadro penoso si aggiunge l’enorme difficoltà ad integrarsi, l’incapacità di apprendere la lingua del paese ospitante, la facilità alla rissa e al coltello. No, non sono fantasie: il nostro popolo non ha mai avuto una buona reputazione all’estero e, come ci spiega Gian Antonio Stella con centinaia di informazioni accertate, la nostra condizione era quella del “dago” (da “untill the day go” – finché il giorno va – nomignolo dispregiativo con cui gli statunitensi chiamavano gli italiani “fannulloni”) e dello straniero accattone e violento.
Abbiamo perso la memoria di questa nostra storia e con superbia oggi permettiamo che le parole e le leggi trattino “gli altri” come noi abbiamo sempre detestato essere trattati. Eravamo gli ultimi ed oggi pensiamo di essere i primi. È l’atteggiamento di chi crede d’aver fatto un passo verso la civiltà e la democrazia ma ha dimenticato le sue origini. Ricordiamoci sempre che se “gli ultimi saranno i primi”, “i primi saranno gli ultimi”. E continuando così, com’è già accaduto emigrando, noi italiani continueremo a non  poter entrare in nessuno dei “regni possibili”.

“L’orda” di Gian Antonio Stella

(edito da Rizzoli)

pp. 313  –  euro 9.50


da EdisonSquare