Baffi folti, guance paffute ed occhi piccoli. Con lo sguardo verso l’immaginaria camera, Eugene Pertuiset è in posa con il fucile in mano. Dietro, sullo sfondo, il leone a terra appena abbattuto. Edouard Manet l’immortalò così questo personaggio misterioso nel suo “Portrait de Pertuiset, le chasseur de lions”, oggi esposto al Museo de Arte de Sao Paulo. Ma perchè “quel ridente, quel biondo Manet / dal quale emanava la grazia, ha dipinto questo ciccione?”. Olivier Rolin si pone la questione e da scrittore risponde con il romanzo sui generis “Un cacciatore di leoni”, tradotto in Italia da Tommaso Gurrieri per la casa editrice fiorentina Barbès e già apparso nel 2008 in terra francese per Edition du Seuil. Un dipinto che si trasforma in pagine ricche di avventurose scoperte, personaggi oscuri e dialogo tra un narratore sdoppiato, il pittore Manet, il leone e quel grottesco omino di nome Pertuiset. È un percorso che ricostruisce il quadro del Maestro, seguendo le orme di quegli stivali indossati per caccia.Una narrazione che tra passato e presente esplora i territori sudamericani di fine Ottocento, s’inoltra nella Francia impressionista e si macchia di sangue nella speranza della Comune parigina. “Non credo che letteratura francese sia molto conosciuta in Italia” dice Rolin, “e non credo che il mio nome attirerà i lettori”. Ma lo scrittore non sa che bastano alcuni cenni della sua biografia per diradare questo dubbio. Nel ’68, in quel mese di Maggio che ancora vibra nella memoria, fu “uno dei tanti” (ci tiene a sottolineare questa caratteristica) ma appena dopo divenne dirigente della “Gauche prolérarienne”. Ha scritto numerosi reportage dal mondo per le più celebri testate d’oltralpe e divenne una firma ufficiale per il quotidiano di sinistra Libération. “Con il cambio di direzione il giornale mi ha messo alla porta” dice infastidito, sebbene siano passati alcuni anni dall’episodio. È un uomo simpatico ma di poche e buone parole. Quando gli chiediamo della sua relazione con Jane Birkin sembra voler cambiare discorso. “Si, sono un amico di Jane” ma in francese “ami” significa anche altro. Nel film Boxes, diretto dall’amica, appariva alla fine della pellicola. “Ho partecipato al progetto ma solo come comparsa”. Un pizzico di malizia ce la mettiamo ma un po’ d’imbarazzo nel dirlo lo mette Rolin. Della sua lunga produzione letteraria, in Italia sono apparsi già tre dei suoi romanzi: nel 1995 Donzelli pubblicò “Port Sudan” mentre Passigli Editore diede alle stampe “Méroe” (nel 2002) e “Paesaggi originali” (nel 2007). “Il cacciatore di leoni” della Barbès è il quarto. In Francia è osannato alla stregua dei nostri autori più interessanti e se dovessimo paragonarlo ad uno di questi il nome di Erri De Luca sarebbe il primo a venirci in mente. Della letteratura italiana ama Malaparte. “Credo che sia uno dei maggiori scrittori internazionali. Ho scritto l’introduzione a La Pelle, pubblicato nuovamente in Francia da Seuil, ed è stato una delle cose che più mi rende orgoglioso”. In Italia è stato ripetutamente, soprattutto a Roma dove nel 2007 ha curato un progetto letterario a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia. “È un paese che mi affascina per la sua variegata cultura sebbene politicamente suscita perplessità”. Non c’erano dubbi pensando al suo passato e al nostro presente.

“Un cacciatore di leoni” di Olivier Rolin

pubblicato da Barbès Editore

pp. 254  –  euro 12

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