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	<title>Scritti da Voi &#187; alet edizioni | Scritti da Voi</title>
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		<title>&#8220;La versione di Rembrandt&#8221; di Laird Hunt (Alet edizioni)</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jul 2012 15:01:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“La faccenda, come ho già lasciato intendere, è un po’ confusa; un po’ nebulosa, per usare una delle parole che salta fuori quando il signor Kindt discute dell’inevitabile tendenza di passato e presente a ‘infettarsi a vicenda’, in questo luogo”. È certo una storia nebulosa e confusa, quella narrata da Laird Hunt ne &#8220;La versione di Rembrandt&#8221;, un libro che cattura da subito per la potenza immaginifica e per l’originalità della prosa, ma che nel complesso lascia un poco interdetti, impigliandoci in una serie di corrispondenze e allusioni che, a lungo andare, rivelano la propria totale irriducibilità entro un percorso univoco. Ma dietro quest’apparente confusione, dietro le bizze del narratore, si nasconde una costruzione finemente sviluppata, che riprendendo due opere precedenti e all’apparenza irrelate (la &#8220;Lezione di anatomia&#8221; di Rembrandt e &#8220;Gli anelli di Saturno&#8221; di Winfried Sebald), crea un ibrido di difficile interpretazione. I continui riferimenti a Rembrandt e Sebald fungono così da connettore tra i due fili di cui si compone la trama – due tracce che, se inizialmente sembrano costituirsi nella classica struttura del flash back e flash forward, lentamente divergono, giungendo infine a costituire due veri “universi paralleli”. Come nella citazione riportata in apertura, passato e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify"><em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875202125/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875202125" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-1893" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/07/Copertina-Laird-Hunt.jpg" alt="La versione di Rembrandt Laird Hunt Alet edizioni" width="190" height="285" /></a>“La faccenda, come ho già lasciato intendere, è un po’ confusa; un po’ nebulosa, per usare una delle parole che salta fuori quando il signor Kindt discute dell’inevitabile tendenza di passato e presente a ‘infettarsi a vicenda’, in questo luogo”.</em></div>
<div style="text-align: justify">È certo una storia nebulosa e confusa, quella narrata da <em>Laird Hunt</em> ne <strong>&#8220;La versione di Rembrandt&#8221;</strong>, un libro che cattura da subito per la potenza immaginifica e per l’originalità della prosa, ma che nel complesso lascia un poco interdetti, impigliandoci in una serie di corrispondenze e allusioni che, a lungo andare, rivelano la propria totale irriducibilità entro un percorso univoco.</div>
<div style="text-align: justify">Ma dietro quest’apparente confusione, dietro le bizze del narratore, si nasconde una costruzione finemente sviluppata, che riprendendo due opere precedenti e all’apparenza irrelate (la <em>&#8220;Lezione di anatomia&#8221; </em><em>di Rembrandt</em> e <em>&#8220;Gli anelli di Saturno&#8221; </em><em>di Winfried Sebald</em>), crea un ibrido di difficile interpretazione. I continui riferimenti a Rembrandt e Sebald fungono così da connettore tra i due fili di cui si compone la trama – due tracce che, se inizialmente sembrano costituirsi nella classica struttura del <em>flash back e flash forward</em>, lentamente divergono, giungendo infine a costituire due veri “universi paralleli”. Come nella citazione riportata in apertura, passato e presente <em>“si infettano a vicenda”</em>, in un processo che potrebbe essere ampliato ancora e ancora, oltre lo spazio stesso del libro. E quel “signor Kindt” che percepiva l’infezione, si scompone così in due omonimi dai caratteri sempre più sospetti: da un lato l’Aris Kindt filantropo e organizzatore di finti omicidi, dall’altro l’Aris Kindt internato e ideatore di piccoli furti – il tutto per condurci infine alla determinante rivelazione: che Aris Kindt è in realtà un nome “rubato” a un uomo ucciso, al soggetto della <em>Lezione di anatomia</em> di Rembrandt e, forse, anche a qualcun altro.</div>
<div style="text-align: justify">Le due sezioni del libro si dispongono in una struttura intrecciata e ondivaga, che alterna i capitoli ambientati in una New York #1 (del passato, e del sogno) a quelli nella New York #2 (del presente, e “da incubo”), in una successione che ben presto assume i tratti dell’intima correlazione. E questo sviluppo si riflette nelle corrispondenze tra i nomi e i personaggi del libro, tra i loro gusti e passioni, ma solo per esaltarne ancor più l’inestricabile ambiguità. Le due protagoniste femminili nelle due New York parallele sono Tulip e la dottoressa Tulp – ma quest’ultima si scoprirà essere omonima del &#8220;Dottor Nicholas Tulp della Reale accademia olandese&#8221;, l’uomo che eseguì di fronte a Rembrandt l’autopsia sul corpo di Aris Kindt. A complicare ancor più il puzzle interpretativo, giunge la figura del protagonista, Henry, che si rivela abile e accanito mentitore, anche nei confronti di noi lettori.</div>
<div style="text-align: justify">Da tutte queste premesse sorge un libro-rompicapo, intricatissimo ma di sicuro fascino. L’effetto complessivo può certo dirsi riuscito, e una volta iniziato, risulta davvero difficile abbandonarne la lettura. Ma un eccessivo indulgere in questi giochi di specchi, potrebbe forse frustrare anche il lettore più ben disposto. La trama sembra infine condurre da nessuna parte, e l’interesse primario che guida la lettura diviene quello di sdipanare un mistero che pagina dopo pagina s’infittisce sempre più.</div>
<div style="text-align: justify">Gioca con noi, Laird Hunt, e lo fa con indubbia classe, ma dove questo libro riesca davvero a lasciare il segno, resta difficile a dirsi.</div>
<p style="text-align: justify"><strong>&#8220;La versione di Rembrandt&#8221;</strong> di Laird Hunt<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875202125/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875202125" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></p>
<p style="text-align: justify">titolo originale: <em>&#8220;The Exquisite&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify">edito da Alet</p>
<p style="text-align: justify">pp. 234  &#8211;  euro 16</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>&#8220;L&#8217;agonia dell&#8217;agape&#8221; di William Gaddis (Alet Edizioni)</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 18:50:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“L’agonia dell’agape” racconta l’ossessione di una vita. Ossessione all’apparenza assurda e incentrata su un oggetto privo di alcun interesse immediato ma capace di entrare nell’indole più profonda di un individuo, consumandola ed al contempo offrendogli una ragion d’essere. Ma fin qui niente di nuovo: i personaggi dei romanzi di William Gaddis possono dirsi tutti guidati da personali ossessioni, dal denaro di “JR” all’(in)giustizia sociale di “Gotico Americano” – fino alla “storia del piano meccanico” di quest’ultimo, postumo romanzo. La scelta dell’oggetto sembrerebbe appunto arbitraria ma sarà facile apprendere (e l’edizione italiana ci aiuta con l’ottimo apparato di postfazione ed appendici) come questo progetto sia stato forse il più sentito durante la vita dello scrittore. Per chi non conosca ancora William Gaddis, “L’agonia dell’agape” è una lettura difficile da consigliare: molto più avvincenti le costruzioni polifoniche di “JR” o delle “Perizie” (pressoché introvabile, però, con l’ultima edizione datata 1967), più “semplice” e contenuto lo sviluppo tra quattro mura di “Gotico Americano” – per non parlare del quarto titolo, “A frolic of his own”, non ancora tradotto in italiano. Ma nelle 84 pagine del suo ultimo lavoro, Gaddis ha condensato e distillato una poetica sofferta, ha scelto di esporre al lettore il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify"><strong><a href="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/12/william-gaddis-agape-agape.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1395" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/12/william-gaddis-agape-agape.jpg" alt="" width="190" height="293" /></a>“L’agonia dell’agape”</strong> racconta l’ossessione di una vita. Ossessione all’apparenza assurda e incentrata su un oggetto privo di alcun interesse immediato ma capace di entrare nell’indole più profonda di un individuo, consumandola ed al contempo offrendogli una ragion d’essere. Ma fin qui niente di nuovo: i personaggi dei romanzi di <em>William Gaddis</em> possono dirsi tutti guidati da personali ossessioni, dal denaro di <em>“JR”</em> all’(in)giustizia sociale di <em>“Gotico Americano”</em> – fino alla “storia del piano meccanico” di quest’ultimo, postumo romanzo. La scelta dell’oggetto sembrerebbe appunto arbitraria ma sarà facile apprendere (e l’edizione italiana ci aiuta con l’ottimo apparato di postfazione ed appendici) come questo progetto sia stato forse il più sentito durante la vita dello scrittore.</div>
<div style="text-align: justify">Per chi non conosca ancora William Gaddis, <em>“L’agonia dell’agape”</em> è una lettura difficile da consigliare: molto più avvincenti le costruzioni polifoniche di “JR” o delle “Perizie” (pressoché introvabile, però, con l’ultima edizione datata 1967), più “semplice” e contenuto lo sviluppo tra quattro mura di “Gotico Americano” – per non parlare del quarto titolo, “A frolic of his own”, non ancora tradotto in italiano. Ma nelle 84 pagine del suo ultimo lavoro, Gaddis ha condensato e distillato una poetica sofferta, ha scelto di esporre al lettore il “nervo scoperto” delle sue paure più profonde, adottando un semplicissimo accorgimento tecnico – passando cioè dalla prediletta struttura dialogica al monologo, come appello accorato rivolto ad un ascoltatore invisibile:</div>
<div style="text-align: justify"><em>“[…] perché di questo si tratta, di questo parla il mio lavoro, il collasso di tutto, dei significati, del linguaggio, dei valori, dell’arte, disordine e dissesto ovunque si guardi, l’entropia che inghiotte ogni cosa visibile, intrattenimento e tecnologia e bambini di quattro anni tutti dotati di computer, ciascuno è artista di se stesso da dove è venuto tutto ciò, il sistema binario e il computer, da dove ha avuto origine la tecnologia tanto per cominciare, capite?”</em> (pp. 11-12)</div>
<div style="text-align: justify">Questo flusso di coscienza si distende senza soluzione di continuità in un unico paragrafo da leggere tutto d’un fiato, basato però su una rete di rimandi e citazioni talmente complessa da costringere i curatori del volume a chiamare in causa lo strumento ipertestuale (<a href="www.williamgaddis.org/agape/index.shtml" target="_blank">a questo link</a>), come supporto necessario per dipanarne l’intricato garbuglio.</div>
<div style="text-align: justify">Ma come si svolge questo romanzo-fiume sulla storia del piano meccanico?</div>
<div style="text-align: justify">Protagonista è la voce che ci apostrofa, di un uomo ormai distrutto, fatto a pezzi dalla malattia e dalle medicine (il Prednisone, di cui lo stesso Gaddis fece uso per curare il suo enfisema – e che in parte giustifica la forma slegata e divagante del monologo); quest’uomo ha dedicato la sua vita intera a raccogliere la documentazione per il suo progetto, che non è semplice curiosità di erudito ma indagine sulle ragioni profonde del male nella società odierna. Il passaggio dall’esecuzione diretta alla riproduzione meccanica del brano (ed il riferimento a Benjamin è inevitabile, se non un poco ingombrante) comporta infatti la totale eliminazione della figura dell’artista dall’opera d’arte, declassandola così a semplice esercizio combinatorio, a vuoto passatempo per le masse. Per un’umanità che sta perdendo la propria “agape” (la comunione dell’amore fraterno, celebrata dai primi filosofi cristiani), l’unica salvezza risiede nell’inesauribilità del suo percorso, nella fiducia in quell’<em>io che poteva fare di più</em> (o che <em>“poteva fare qualunque cosa”</em>, p. 95), celebrato nell’ultima pagina del monologo: quell’io giovane che ha di fronte a sé tutte le possibilità, ma che soprattutto rifiuta la sterile riduzione dell’arte (e della vita) ad <em>“un pezzo di cartone traforato” </em>(p. 87). Per questo motivo “L’agonia dell’agape” parla di un libro mai scritto, che avrebbe dovuto narrare una storia nefasta, significativamente conclusa dall’anno nero della storia americana, il 1929; in questa voce che non riesce a (smettere di) raccontare, è tutto l’orgoglio di un’umanità che lotta disperatamente per sopravvivere, minacciata da quei mezzi che essa stessa ha costruito.</div>
<div style="text-align: justify">Con questa pubblicazione la casa editrice Alet di Padova aggiunge un fondamentale tassello (il quarto, su un totale di cinque) alla ricostruzione in lingua italiana dell’opera di un autore determinante non solo per il “canone” del postmoderno americano ma anche per la futura definizione di un sapere etico ed estetico condiviso.</div>
<div style="text-align: justify"><strong>&#8220;L&#8217;agonia dell&#8217;agape&#8221;</strong> di William Gaddis<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875202087/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875202087" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></div>
<div style="text-align: justify">titolo originale: &#8220;Agapē Agape&#8221;</div>
<div style="text-align: justify">edito da Alet</div>
<div style="text-align: justify">pp. 144  &#8211;  euro 15</div>
<div style="text-align: justify"><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></div>
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