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	<title>Scritti da Voi &#187; recensione simone ruffa | Scritti da Voi</title>
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		<title>&#8220;Il tempo è un bastardo&#8221; di Jennifer Egan (Minimum Fax)</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 15:46:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“L’idea modernista che tutto è possibile, l’idea postmoderna che ormai tutto è già stato detto, l’idea post-postmoderna che, dal momento che tutto è già stato detto, tutto è permesso” Rick Moody Molto spesso i romanzi definiti postmoderni  – qualunque cosa significhi per voi “postmoderno” – tendono a prendere derive pericolose, perdendosi in ardite architetture stilistiche e ripiegandosi talmente su sé stessi da divenire quasi illeggibili. “Il tempo è un bastardo”, pur presentando molto dei caratteri tipici del romanzo post-moderno – una complessa struttura a incastro, la contaminazione tra diversi stili di scrittura, un uso, peraltro sapiente, del flashback e del flashforward – rifugge da questi difetti, risultando uno di quei rari romanzi tanto intellettualmente stimolanti quanto emotivamente coinvolgenti. La struttura del romanzo è innegabilmente molto elaborata: 13 capitoli per 13 racconti che hanno come trait d’union le voci narranti, tutte unite a delineare un affresco che si snoda dalla San Francisco degli anni ’70 fino a una New York futura, dove all’interno di ogni episodio si intravedono sullo sfondo le prossime voci narranti o i personaggi che abbiamo già incontrato (e una volta capito il gioco l’inizio di ogni capitolo si apre con la curiosità di sapere a chi sarà questa volta il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><em>“L’idea modernista che tutto è possibile, l’idea postmoderna che ormai tutto è già stato detto, l’idea post-postmoderna che, dal momento che tutto è già stato detto, tutto è permesso” </em>Rick Moody</p>
<p style="text-align: justify"><img class="alignleft size-full wp-image-1756" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/05/il_tempo_un_bastardo.jpg" alt="il tempo un bastardo jemmifer egan minimum fax" width="190" height="259" />Molto spesso i romanzi definiti postmoderni  – qualunque cosa significhi per voi <em>“postmoderno”</em> – tendono a prendere derive pericolose, perdendosi in ardite architetture stilistiche e ripiegandosi talmente su sé stessi da divenire quasi illeggibili. <em>“Il tempo è un bastardo”</em>, pur presentando molto dei caratteri tipici del romanzo post-moderno – una complessa struttura a incastro, la contaminazione tra diversi stili di scrittura, un uso, peraltro sapiente, del flashback e del flashforward – rifugge da questi difetti, risultando uno di quei rari romanzi tanto intellettualmente stimolanti quanto emotivamente coinvolgenti. La struttura del romanzo è innegabilmente molto elaborata: 13 capitoli per 13 racconti che hanno come trait d’union le voci narranti, tutte unite a delineare un affresco che si snoda dalla San Francisco degli anni ’70 fino a una New York futura, dove all’interno di ogni episodio si intravedono sullo sfondo le prossime voci narranti o i personaggi che abbiamo già incontrato (e una volta capito il gioco l’inizio di ogni capitolo si apre con la curiosità di sapere a chi sarà questa volta il narratore, di solito un personaggio in precedenza sullo sfondo, che credevamo fosse lì solo di contorno). Come detto però <em>“Il tempo è un bastardo”</em> non è solo una costruzione intellettuale: tutti i racconti, qualunque sia l’espediente narrativo scelto, riescono a coinvolgere un ampia fascia di emozioni, mostrandoci uno squarcio della vita dell’io narrante; i racconti sono tipiche short-stories americane contemporanee  – per intenderci,  il tipo di racconti che potreste trovare pubblicati sul <em>New Yorker</em>, stilisticamente perfetti e lievemente venati di malinconia – ma con innumerevoli variazioni sul tema, dal semplice cambio di punto di vista, passando per il reportage nello stile del compianto David Foster Wallace, fino a un capitolo scritto interamente in slides di power point, la più gelida forma di narrazione che si possa immaginare, ma che grazie al talento della Egan finisce per assumere contorni elegiaci per un gioco di contrasto. I racconti sono autoconclusivi sebbene il modo in cui si intrecciano tra loro, dando come risultato più della loro somma, rende il volume non una raccolta di racconti ma un vero e proprio romanzo. <em>“Il tempo è un bastardo”</em> ci porta anche a interrogarci sul romanzo in generale: se alla più volte preconizzata “morte del romanzo” ormai non crede ormai più nessuno,  l’impressione che si ha leggendo il lavoro di Jennifer Egan è quella di un’apertura a una sorta di “narrativa totale”, intesa come un superamento dei confini tra diversi modelli di narrazione, in un’ibridazione continua in cui si attinge da Proust e De Lillo, e allo stesso tempo (e con la stessa dignità) da Lost e Quentin Tarantino; e in quest’ottica è significativo che il romanzo sia stato subito opzionato dalla HBO – network statunitense che si è caratterizzato negli ultimi anni per la qualità delle sue serie tv, da Six Feet Under a Game of Thrones – per trarne una serie televisiva. La sensazione è che altrettanto facilmente se ne sarebbe potuto trarre un film o una piecè teatrale.</p>
<p style="text-align: justify">Se si deve trovare un difetto a questo romanzo – e si potrebbe tranquillamente farne a meno – paradossalmente è forse l’essere così perfetto, cesellato così accuratamente che, pur emotivamente coinvolgente, appare in qualche modo distante, come se per scrivere un romanzo di questo genere si dovesse pagare una sorta di dazio alla spontaneità. Troppo perfetto quindi. Ma in letteratura si può dire che esista la perfezione? e se si, è un valore da ricercare?</p>
<p style="text-align: justify"><strong>&#8220;Il tempo è un bastardo&#8221;</strong> di Jennifer Egan<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875213631/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875213631" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></p>
<p style="text-align: justify">titolo originale: <em>A visit from the Goon Squad</em></p>
<p style="text-align: justify">edito da Minimum Fax</p>
<p style="text-align: justify">pp. 350  &#8211;  euro 18</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.facebook.com/simone.ruffa" target="_blank">Recensione di Simone Ruffa</a></p>
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		<title>&#8220;La montagna magica&#8221; di Thomas Mann (Mondadori)</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 17:20:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Ametrano]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Ma non è certo colpa di Thomas Mann se finora non sono riuscito a raggiungere la vetta della sua Montagna Incantata” Daniel Pennac, Come un romanzo 1907. Hans Castorp, poco più che ventenne ingegnere di Amburgo agli inizi della sua carriera, si reca in visita per tre settimane dal cugino Joachim, ricoverato per tubercolosi in un sanatorio sulle Alpi Svizzere. Il suo soggiorno finirà per prolungarsi La “Montagna incantata” (diventata “magica” nella recente edizione “I Meridiani” che ripropone il testo con una nuova traduzione, a partire dal titolo), uno degli “8000” della letteratura mondiale (metafora un po’ scontata ma calzante), è unanimemente considerato: A) Il capolavoro di Thomas Mann B) Una “mattonata”, fine categoria stilistica di cui fanno parte tutti quei libri sempre considerati un ottimo viatico contro l’insonnia. Insomma un testo a cui guardare con venerazione ma tenendosi a rigorosa distanza. Personalmente, ho scalato la Montagna due volte (chiedo venia per l’ennesima irresistibile metafora escursionistica), apprezzando la seconda volta anche più della prima, e appena posso faccio opera di proselitismo, cercando di far capire al popolo come la Montagna Incantata/Magica debba/possa essere letta (un residuo senso del pudore stilistico mi impedisce di scrivere “ascesa”) Quindi, di seguito, in puro [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><em>“Ma non è certo colpa di Thomas Mann se finora non sono riuscito a raggiungere la vetta della sua Montagna Incantata” </em>Daniel Pennac, <em>Come un romanzo</em></p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/11/9788804594253.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1346" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/11/9788804594253.jpg" alt="" width="203" height="321" /></a>1907. Hans Castorp, poco più che ventenne ingegnere di Amburgo agli inizi della sua carriera, si reca in visita per tre settimane dal cugino Joachim, ricoverato per tubercolosi in un sanatorio sulle Alpi Svizzere. Il suo soggiorno finirà per prolungarsi</p>
<p style="text-align: justify">La <strong>“Montagna incantata”</strong> (diventata “magica” nella recente edizione “I Meridiani” che ripropone il testo con una nuova traduzione, a partire dal titolo), uno degli “8000” della letteratura mondiale (metafora un po’ scontata ma calzante), è unanimemente considerato:<br />
A) Il capolavoro di Thomas Mann<br />
B) Una “mattonata”, fine categoria stilistica di cui fanno parte tutti quei libri sempre considerati un ottimo viatico contro l’insonnia.<br />
Insomma un testo a cui guardare con venerazione ma tenendosi a rigorosa distanza.<br />
Personalmente, ho scalato la Montagna due volte (chiedo venia per l’ennesima irresistibile metafora escursionistica), apprezzando la seconda volta anche più della prima, e appena posso faccio opera di proselitismo, cercando di far capire al popolo come la Montagna Incantata/Magica debba/possa essere letta (un residuo senso del pudore stilistico mi impedisce di scrivere “ascesa”)<br />
Quindi, di seguito, in puro stile “Alta fedeltà”, (e passi la Montagna incantata, ma se non avete letto “Alta Fedeltà”, shame on you), cinque motivi per leggere la “Montagna Incantata”:<br />
1) È un romanzo di difficile lettura (questo non è propriamente un motivo, ma passatemelo) e le innumerevoli pagine dedicate a temi come l’analisi del tempo e la vera natura malattia, nonché molti dialoghi tra il gesuita Napta e l’umanista Settembrini, probabilmente vi faranno sentire profondamente stupidi. Ma non lasciate che questo vi scoraggi: è un pur sempre un romanzo, non un astruso saggio; se riuscite a superare i punti più ostici, la trama riprende sempre a fluire, e l’unico motivo valido per abbandonare non sono queste difficoltà, ma solo se la storia non vi piace, come per ogni altro romanzo.<br />
2) La storia appunto: la breve sinossi probabilmente non vi avrà emozionato, ma finirete per appassionarvi al microcosmo costituito dal sanatorio, una realtà dove il tempo scorre diversamente, un mondo con proprie regole precise, una moderna Ogigia incastonata tra le Alpi Svizzere, dove l’incantamento paradossalmente non deriva da un’atmosfera dionisiaca, quanto dal fascino della malattia e della morte. Inoltre pochi lo sottolineano ma la Montagna incantata è anche una storia d’amore, e come in tutte le storie del genere, finirete per leggere più in fretta per arrivare alle pagine che mostrano l’evolversi del contorto rapporto tra Hans e Claudia.<br />
3) É il <em>bildungsroman</em> per eccellenza, se siete appassionati del genere; inoltre  la formazione in questo caso è duplice: se riuscite ad arrivare alla fine, il bombardamento di idee e suggestioni a cui sarete stati esposti nel corso del romanzo forse non vi cambierà la vita, ma lascerà inevitabilmente una traccia, più o meno intensa, questo dipende da voi.<br />
4) Poterla rileggere: è il consiglio di Thomas Mann, che considerava il suo libro come una sorta di sinfonia, “<em>un tessuto di temi dove le idee fanno parte dei motivi musicali”</em>; e come in ogni brano musicale, è il secondo ascolto che porta a comprendere meglio il tema, a cogliere sfumature su cui non ci si era soffermati al primo ascolto, a comprendere appieno anche l’importanza e la necessità di passaggi particolarmente complessi che a una prima lettura ci erano sembrati fini a se stessi.<br />
All’opinione di Mann associo umilmente la mia, aggiungendo che la prima lettura potrebbe essere in parte guastata da una sorta di ansia da prestazione, mentre la seconda volta riuscirete a gustarvela di più.<br />
5) Se ce la fate, avrete letto la “Montagna Incantata”, uno dei più grandi romanzi mai scritti; inoltre tutti hanno letto Proust, più o meno, mentre voi sarete entrati in un vero club d’élite e quantomeno avrete un buon argomento di conversazione se vi trovate in ambienti intellettuali. Se alla fine di tutto non ci sarete riusciti, siete in buona compagnia: guardate l’incipit di Pennac, lo stesso scrive anche che <em>“contrariamente alle buone bottiglie, i buoni libri non invecchiano. Ci aspettano sui nostri scaffali e siamo noi a invecchiare. Quando ci riteniamo abbastanza &#8211; invecchiati- per leggerli, li affrontiamo un&#8217;altra volta”</em>.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>&#8220;La montagna magica&#8221;</strong> di Thomas Mann<a href="http://www.amazon.it/gp/product/880459425X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=880459425X" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></p>
<p style="text-align: justify">titolo originale: Der Zauberberg</p>
<p style="text-align: justify">edito da Mondadori (I Meridiani)</p>
<p style="text-align: justify">pag. 1422  &#8211;  euro 60</p>
<p style="text-align: justify"><a href="www.facebook.com/simone.ruffa" target="_blank">Recensione di Simone Ruffa</a></p>
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