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	<title>Scritti da Voi &#187; scritti da voi simone rebora | Scritti da Voi</title>
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		<title>&#8220;Il primo respiro&#8221; di Pier Francesco Gasparetto (Aliberti editore)</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 10:17:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Un santuario in montagna, una comunità di preti e suore di clausura, nobiltà massonica, dicerie e sotterfugi, alleanze e intrighi”. Niente male i presupposti per il nuovo libro di Pier Francesco Gasparetto, la cui “avvincente e misteriosa vicenda esplode a partire dal ritrovamento di un neonato piangente all’interno della chiesa”. Ma superata la soglia della quarta di copertina, ci confrontiamo con un plot che fatica a decollare, lungo una linea di sviluppo pure un po’ scontata – e non occorre nemmeno varcare troppo quella soglia, per intuirlo. I numerosi personaggi, appiattiti nelle loro tipologie caratteriali, mettono in scena quadretti che hanno tutto il sapore della fiction televisiva, con l’immancabile prete (o frate) investigatore di turno, con le macchiette dei commissari e appuntati, per non parlare di tutto il “piccolo popolo” che anima il paesello. E come se non bastasse, anche i nomi “parlano” fin troppo – dall’ingegner Prospero Delletrame, maestro di loggia massonica, fino ai coniugi Maltagliati, titolari di una “catena di negozi di abbigliamento maschile di super nicchia” (p. 37). La vicenda “avvincente e misteriosa” cui allude la quarta di copertina si esaurisce in scarni colpi di scena (largamente prevedibili) e nelle lunghe ricapitolazioni degli (altrettanto previsti) retroscena. E [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1765" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/05/Copertina-Gasparetto.jpg" alt="il primo respiro pier francesco gasperetto aliberti editore" width="190" height="283" />“Un santuario in montagna, una comunità di preti e suore di clausura, nobiltà massonica, dicerie e sotterfugi, alleanze e intrighi</em>”. Niente male i presupposti per il nuovo libro di <em>Pier Francesco Gasparetto</em>, la cui <em>“avvincente e misteriosa vicenda esplode a partire dal ritrovamento di un neonato piangente all’interno della chiesa”</em>. Ma superata la soglia della quarta di copertina, ci confrontiamo con un plot che fatica a decollare, lungo una linea di sviluppo pure un po’ scontata – e non occorre nemmeno varcare troppo quella soglia, per intuirlo. I numerosi personaggi, appiattiti nelle loro tipologie caratteriali, mettono in scena quadretti che hanno tutto il sapore della fiction televisiva, con l’immancabile prete (o frate) investigatore di turno, con le macchiette dei commissari e appuntati, per non parlare di tutto il “piccolo popolo” che anima il paesello. E come se non bastasse, anche i nomi “parlano” fin troppo – dall’ingegner Prospero Delletrame, maestro di loggia massonica, fino ai coniugi Maltagliati, titolari di una <em>“catena di negozi di abbigliamento maschile di super nicchia”</em> (p. 37). La vicenda <em>“avvincente e misteriosa”</em> cui allude la quarta di copertina si esaurisce in scarni colpi di scena (largamente prevedibili) e nelle lunghe ricapitolazioni degli (altrettanto previsti) retroscena. E non possiamo non storcere il naso di fronte ai molti refusi, spesso frutto di un’evidente incuria nella stesura ed edizione (<em>“non disdegnando servizi molto più terra umili”</em>, p. 16; <em>“silenzioso Smilziade serviva gli petit-four”</em>, p. 38; <em>“Invece, di alzare leggermente la voce”</em>, numero di pagina misteriosamente assente; <em>“l’Inno al Sole dalla Nona sinfonia di Beethoven”</em>, pagina ancora assente). Insomma: ne avremmo davvero abbastanza per sospirare chiedendo indietro all’autore il tempo perduto nella lettura.</div>
<div style="text-align: justify">Eppure quel tempo, di nostra propria volontà, l’abbiamo perso per davvero. Perché l’inevitabile delusione di fronte alle sbiadite “tinte gialle” di questo romanzo, è compensata cammin facendo dall’ironia che ne pervade le pagine. Prima di tutto quella giocata su noi lettori, che pronti ad abboccare agli ami lanciati dal narratore (“ecco finalmente l’omicidio! E poi lo scandalo! Le messe nere!”), torniamo di volta in volta con la coda tra le gambe alla semplice, prosaica realtà dei fatti. E poi quella determinata proprio dalla mediocrità dei personaggi, i cui caratteri così stereotipati ci portano inevitabilmente a simpatizzare con loro. L’abilità del narratore si gioca tutta nel confronto con questo grigiore diffuso: e gli inserimenti dell’indiretto libero, scanditi a puntino fra i molti dialoghi, favoriscono proprio quell’improbabile immedesimazione. La cifra stilistica di Gasparetto si definisce e ripete lungo tutto il libro, in un gioco quasi metaletterario costruito sul già detto e già sentito. La forma iterativa, così, torna sia a livello micro che macrostrutturale. Leggiamo allora brani come il seguente, il cui ritmo variato è costruito proprio sulle insistenti ripetizioni:</div>
<div style="text-align: justify"><em>“Taceva padre Saverio, occhi chiusi, capo chino, tacevano i fratelli maestri della loggia fra Dolcino, occhi chiusi, capo chino. / Occhi chiusi capo chino non tutti o, perlomeno, non sempre. Di quando in quando, qua e là, un capo chino si alzava guardingo, occhi chiusi aprivano una fessura a interrogare” </em>(p. 127)</div>
<div style="text-align: justify">E allo stesso modo percorriamo interi capitoli, come quello dal titolo <em>“Idea di mamma”</em>, che si apre con un Charlie piangente (<em>“È stata un’idea della mamma, io non c’entro”</em>, p. 243), per poi raccontarci come Charlie si sia infine ritrovato a scusarsi (piangente) di fronte a Padre Philip: <em>“È stata un’idea della mamma, io non c’entro”</em> (p. 244).</div>
<div style="text-align: justify">A ragion veduta, non possiamo che fare i complimenti allo scaltro Gasparetto, attento sia alle esigenze dei lettori in cerca di mediocrità (detto tra noi: alle ragioni del portafogli), sia a quelle della critica più attenta e agguerrita – e pure un poco antipatica.</div>
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<div><strong>&#8220;Il primo respiro&#8221;</strong> di Pier Francesco Gasparetto<a href="http://www.amazon.it/gp/product/887424763X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=887424763X" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></div>
<div>pubblicato da Aliberti editore</div>
<div>pp. 299  &#8211;  euro 17.50</div>
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<div><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></div>
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		<title>&#8220;C&#8217;è Ma Non Si&#8221; di Ali Smith (Feltrinelli)</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 14:39:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A volte non capire il titolo di un libro può diventare un buon pretesto per comprarlo. Ovviamente, dopo, dovremo fare i conti con noi stessi. Ma la quarta di copertina ci cattura: proviamo allora a immaginare una cena in un’elegante casa di Greenwich, dove uno degli invitati ad un certo punto sale al piano di sopra e si chiude in una stanza, con l’intenzione di non uscirne più. Per giorni, settimane, mesi: “forse per sempre”. Il lettore un poco prevenuto si chiederà a questo punto come possano occorrere 280 pagine per prendere la sana decisione di chiamare un fabbro – quello più curioso, invece, vorrà sapere come possano essere usate per non decidere di farlo. Con C’è Ma Non Si, Ali Smith conferma il suo talento di scrittrice, offrendo al lettore un piacevole “romanzo dell’assurdo”, scritto in una prosa spigliata e spiritosa, con un costante gusto per l’ironia witty e per il gioco di parole. La forma, moderatamente sperimentale, non impaccia troppo la scorrevolezza del testo: a tratti, specie all’inizio, ci s’ingarbuglia un poco, tra continui salti temporali, digressioni e gustosi misunderstandings – ma una volta prese le misure si può godere appieno della lettura. Anche perché, nei limiti della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify"><a href="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/04/Ali-Smith-Ce-Ma-Non-Si.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1619" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/04/Ali-Smith-Ce-Ma-Non-Si.jpg" alt="" width="190" height="296" /></a>A volte non capire il titolo di un libro può diventare un buon pretesto per comprarlo. Ovviamente, dopo, dovremo fare i conti con noi stessi. Ma la quarta di copertina ci cattura: proviamo allora a immaginare una cena in un’elegante casa di Greenwich, dove uno degli invitati ad un certo punto sale al piano di sopra e si chiude in una stanza, con l’intenzione di non uscirne più. Per giorni, settimane, mesi: <em>“forse per sempre”</em>. Il lettore un poco prevenuto si chiederà a questo punto come possano occorrere 280 pagine per prendere la sana decisione di chiamare un fabbro – quello più curioso, invece, vorrà sapere come possano essere usate per non decidere di farlo.</div>
<div style="text-align: justify">Con <strong>C’è Ma Non Si</strong>, <em>Ali Smith</em> conferma il suo talento di scrittrice, offrendo al lettore un piacevole “romanzo dell’assurdo”, scritto in una prosa spigliata e spiritosa, con un costante gusto per l’ironia <em>witty</em> e per il gioco di parole. La forma, moderatamente sperimentale, non impaccia troppo la scorrevolezza del testo: a tratti, specie all’inizio, ci s’ingarbuglia un poco, tra continui salti temporali, digressioni e gustosi <em>misunderstandings</em> – ma una volta prese le misure si può godere appieno della lettura. Anche perché, nei limiti della forma stabilita, lo stile cambia per ognuno dei quattro “quadri” che compongono il libro: quattro voci distinte che tentano ognuna a suo modo di tracciare la figura del grande assente, Miles Garth.</div>
<div style="text-align: justify">Perché la vicenda è proprio quella della quarta di copertina: solo che il protagonista, diversamente dal monomaniaco che molti avranno immaginato al primo approccio, rivela una profonda dignità umana, che scaturisce appieno dalla splendida scena centrale. È infatti nel corso della famigerata cena in casa Lee, che tutte le ipocrisie e le contraddizioni della società inglese “colta ed elegante” emergono con più forza – e la decisione di barricarsi in una stanza di quella casa non è tanto una fuga, quanto il tentativo di scardinarne il meccanismo malato. La serie di eventi scatenati da questa scelta culmina inevitabilmente nel fenomeno mediatico (la “Milomania”): e presto “il maniaco” non è più Miles Garth ma la folla che si accalca sotto la sua finestra chiusa. La finale catarsi, poi, affidata al flusso di coscienza di una bambina (la splendida Brooke Bayoude, cui è dedicato l’ultimo “quadro”), rivela l’assoluta inanità di questa attesa.</div>
<div style="text-align: justify">Degno di nota è infine il “prologo” della vicenda: una scena di difficile interpretazione, che dovrà essere riletta alla luce delle pagine finali. Anche qui è infatti un bambino a ridare all’uomo la vista e la parola, a riconsegnargli un’identità propria tramite un gesto semplicissimo.</div>
<div style="text-align: justify">Con questa sua ultima fatica, Ali Smith non porta certo alcuna vera novità nel panorama letterario contemporaneo. Ma di fronte a tanti prodotti sempre più standardizzati, questo gustoso mix di commedia dell’assurdo e critica sociale si distingue con sicura evidenza. Un libro da consigliare, intrigante e divertente, adatto per i lettori non troppo esigenti o già annoiati, ma soprattutto per quelli dotati del più sano gusto per l’autoironia.</div>
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<div style="text-align: justify"><strong>&#8220;C&#8217;è Ma Non Si&#8221;</strong> di Ali Smith<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807018772/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807018772" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></div>
<div style="text-align: justify">edito da Feltrinelli</div>
<div style="text-align: justify">pp. 288  &#8211;  euro 19</div>
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<div style="text-align: justify"><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></div>
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		<title>&#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221; di Giorgio Manganelli (Adelphi)</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 18:56:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A vent’anni dalla morte rumoreggiano ancora i borborigmi del «Mangagnifico»! Dal suo intestino ormai quintessenziale, pervengono a tratti piccoli gorgogliamenti, borbottii, e poi «quei rutti, quelle loffe», quei sommovimenti «di un’anima colliquante» da cui sgorga una vera inondazione – di parole (ma non s’inorridisca, prego!, si citano qui le epistole dell’esimio scrittore all’illustre maestro Anceschi: I borborigmi di un’anima, Torino, Aragno, 2010). Ché qui parliamo di un libro, ovviamente. &#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221;, raccolta di racconti postuma dello scrittore Giorgio Manganelli, ingorgo difficile a districare, come il caotico archivio su cui da anni si applica Salvatore Silvano Nigro. Nella postfazione dal titolo Il laboratorio di Giorgio Manganelli, Nigro esalta il valore di questi scritti per lo più inediti, vera “palestra stilistica” dello scrittore (e la silloge copre un periodo assai lungo, dal 1940 al 1982 – mentre i libri del “Manga” uscirono tra il 1964 e… oggi); ma i racconti di &#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221; sono molto più di semplici esercizi di stile. Ok, non lo nascondo: molti restano davvero ostici. Pochi lettori avranno il sufficiente gusto dell’autolesionismo che porta a divorare con sommo piacere le perorazioni de L’archimandrita dei demonofili al suo gregge, o le pseudotanatologiche riflessioni (già l’aggettivo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/10/ti-uccidero-mia-capitale-2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1261" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/10/ti-uccidero-mia-capitale-2.jpg" alt="" width="203" height="320" /></a>A vent’anni dalla morte rumoreggiano ancora i borborigmi del «Mangagnifico»! Dal suo intestino ormai quintessenziale, pervengono a tratti piccoli gorgogliamenti, borbottii, e poi «quei rutti, quelle loffe», quei sommovimenti «di un’anima colliquante» da cui sgorga una vera inondazione – di parole (ma non s’inorridisca, prego!, si citano qui le epistole dell’esimio scrittore all’illustre maestro Anceschi: <em>I borborigmi di un’anima</em>, Torino, Aragno, 2010).<br />
Ché qui parliamo di un libro, ovviamente. <strong>&#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221;</strong>, raccolta di racconti postuma dello scrittore <em>Giorgio Manganelli</em>, ingorgo difficile a districare, come il caotico archivio su cui da anni si applica Salvatore Silvano Nigro. Nella postfazione dal titolo <em>Il laboratorio di Giorgio Manganelli</em>, Nigro esalta il valore di questi scritti per lo più inediti, vera “palestra stilistica” dello scrittore (e la silloge copre un periodo assai lungo, dal 1940 al 1982 – mentre i libri del “Manga” uscirono tra il 1964 e… oggi); ma i racconti di &#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221; sono molto più di semplici esercizi di stile.<br />
Ok, non lo nascondo: molti restano davvero ostici. Pochi lettori avranno il sufficiente gusto dell’autolesionismo che porta a divorare con sommo piacere le perorazioni de <em>L’archimandrita dei demonofili al suo gregge</em>, o le pseudotanatologiche riflessioni (già l’aggettivo spaventa) degli <em>Appunti per l’autobiografia di un Longaevus</em> – per non parlare della <em>Guida del paese di Baedeker</em>, la quale, piuttosto che un (già quanto avvincente?) manualetto turistico-geografico, si rivela essere la Prefazione a quel manualetto mai realizzato (perché forse il paese descritto non esiste affatto). Ma ci si sgomenta covando il riso più irrefrenabile, come nella pagina che descrive la morte del primo compilatore della Guida:<br />
<em>«A quarantun’anni, un mese, un giorno, un’ora, tre minuti e diciotto secondi, mentre attendeva di attraversare un incrocio, ebbe una visione: la visione durò trenta secondi, ma al termine di quel tempo egli era un uomo radicalmente cambiato; purtroppo ebbe solo il tempo di cambiare cravatta, […] che gli toccò di morire. Lo specchietto retrovisore di un missile lo sfiorò, ed egli cadde nel nulla, sebbene vi sia la pia leggenda che egli sia morto per essersi visto in quello specchietto, e in quell’istante di aver conosciuto i contrassegni di un volto irreparabilmente compromesso con l’esistenza»</em> (pp. 205-6)<br />
La logica gioca scherzi curiosi, a chi vuol esser “logico” di professione, e quindi non resta che servirsi dei suoi inganni per “fare letteratura”. L’inganno innocente di Manganelli (e degli “angeli” dei suoi racconti) è un gioco a carte scoperte col lettore, il quale non può non cogliere la menzogna delle sue intricatissime costruzioni, raccontate ammiccando e sempre sorridendo sotto sintattici baffi. Il rifiuto radicale della “narrazione” (che pur resta viva in esempi magnifici, come nel tabucchiano <em>La cartolina</em>) si scioglie entro complesse quanto paradossali “investigazioni filologiche” (si veda la suggestiva <em>Addenda</em>), in pièce teatrali autocontraddittorie, nelle molteplici mise-en-abyme di racconti-Matrioska (Taccuino), abbandonandosi ancor più volentieri a private elucubrazioni; e lo “spazio narrativo” si riduce alla mente dei singoli personaggi (storici, mitici, improbabili) o alle riflessioni dello stesso autore, intento a trovare un modo per scrivere un libro finalmente “vendibile”, impegnato con innocente disonestà a Scrivere storie umane:<br />
<em>«Tu devi trovare delle storie “buone”, […] che facciano sentire migliori, ma non per molto: buone, dolci, e dolorose. I dolori altrui ci fanno buoni, ci perfezionano: i nostri, perfezionano il nostro turpiloquio» </em>(pp. 99-100).<br />
Parrà un poco apologetico, ma il “turpiloquio” manganelliano, nella sua vita tormentata da fantasmi interori e crisi nervose, fu proprio la letteratura.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><strong>&#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221;</strong> di Giorgio Manganelli<a href="http://www.amazon.it/gp/product/884592565X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=884592565X" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></p>
<p style="text-align: justify">edito da Adelphi</p>
<p style="text-align: justify">pp. 376  &#8211;  euro 25</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></p>
<p style="text-align: justify">
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