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	<title>Scritti da Voi &#187; simone rebora | Scritti da Voi</title>
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		<title>&#8220;La versione di Rembrandt&#8221; di Laird Hunt (Alet edizioni)</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jul 2012 15:01:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“La faccenda, come ho già lasciato intendere, è un po’ confusa; un po’ nebulosa, per usare una delle parole che salta fuori quando il signor Kindt discute dell’inevitabile tendenza di passato e presente a ‘infettarsi a vicenda’, in questo luogo”. È certo una storia nebulosa e confusa, quella narrata da Laird Hunt ne &#8220;La versione di Rembrandt&#8221;, un libro che cattura da subito per la potenza immaginifica e per l’originalità della prosa, ma che nel complesso lascia un poco interdetti, impigliandoci in una serie di corrispondenze e allusioni che, a lungo andare, rivelano la propria totale irriducibilità entro un percorso univoco. Ma dietro quest’apparente confusione, dietro le bizze del narratore, si nasconde una costruzione finemente sviluppata, che riprendendo due opere precedenti e all’apparenza irrelate (la &#8220;Lezione di anatomia&#8221; di Rembrandt e &#8220;Gli anelli di Saturno&#8221; di Winfried Sebald), crea un ibrido di difficile interpretazione. I continui riferimenti a Rembrandt e Sebald fungono così da connettore tra i due fili di cui si compone la trama – due tracce che, se inizialmente sembrano costituirsi nella classica struttura del flash back e flash forward, lentamente divergono, giungendo infine a costituire due veri “universi paralleli”. Come nella citazione riportata in apertura, passato e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify"><em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875202125/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875202125" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-1893" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/07/Copertina-Laird-Hunt.jpg" alt="La versione di Rembrandt Laird Hunt Alet edizioni" width="190" height="285" /></a>“La faccenda, come ho già lasciato intendere, è un po’ confusa; un po’ nebulosa, per usare una delle parole che salta fuori quando il signor Kindt discute dell’inevitabile tendenza di passato e presente a ‘infettarsi a vicenda’, in questo luogo”.</em></div>
<div style="text-align: justify">È certo una storia nebulosa e confusa, quella narrata da <em>Laird Hunt</em> ne <strong>&#8220;La versione di Rembrandt&#8221;</strong>, un libro che cattura da subito per la potenza immaginifica e per l’originalità della prosa, ma che nel complesso lascia un poco interdetti, impigliandoci in una serie di corrispondenze e allusioni che, a lungo andare, rivelano la propria totale irriducibilità entro un percorso univoco.</div>
<div style="text-align: justify">Ma dietro quest’apparente confusione, dietro le bizze del narratore, si nasconde una costruzione finemente sviluppata, che riprendendo due opere precedenti e all’apparenza irrelate (la <em>&#8220;Lezione di anatomia&#8221; </em><em>di Rembrandt</em> e <em>&#8220;Gli anelli di Saturno&#8221; </em><em>di Winfried Sebald</em>), crea un ibrido di difficile interpretazione. I continui riferimenti a Rembrandt e Sebald fungono così da connettore tra i due fili di cui si compone la trama – due tracce che, se inizialmente sembrano costituirsi nella classica struttura del <em>flash back e flash forward</em>, lentamente divergono, giungendo infine a costituire due veri “universi paralleli”. Come nella citazione riportata in apertura, passato e presente <em>“si infettano a vicenda”</em>, in un processo che potrebbe essere ampliato ancora e ancora, oltre lo spazio stesso del libro. E quel “signor Kindt” che percepiva l’infezione, si scompone così in due omonimi dai caratteri sempre più sospetti: da un lato l’Aris Kindt filantropo e organizzatore di finti omicidi, dall’altro l’Aris Kindt internato e ideatore di piccoli furti – il tutto per condurci infine alla determinante rivelazione: che Aris Kindt è in realtà un nome “rubato” a un uomo ucciso, al soggetto della <em>Lezione di anatomia</em> di Rembrandt e, forse, anche a qualcun altro.</div>
<div style="text-align: justify">Le due sezioni del libro si dispongono in una struttura intrecciata e ondivaga, che alterna i capitoli ambientati in una New York #1 (del passato, e del sogno) a quelli nella New York #2 (del presente, e “da incubo”), in una successione che ben presto assume i tratti dell’intima correlazione. E questo sviluppo si riflette nelle corrispondenze tra i nomi e i personaggi del libro, tra i loro gusti e passioni, ma solo per esaltarne ancor più l’inestricabile ambiguità. Le due protagoniste femminili nelle due New York parallele sono Tulip e la dottoressa Tulp – ma quest’ultima si scoprirà essere omonima del &#8220;Dottor Nicholas Tulp della Reale accademia olandese&#8221;, l’uomo che eseguì di fronte a Rembrandt l’autopsia sul corpo di Aris Kindt. A complicare ancor più il puzzle interpretativo, giunge la figura del protagonista, Henry, che si rivela abile e accanito mentitore, anche nei confronti di noi lettori.</div>
<div style="text-align: justify">Da tutte queste premesse sorge un libro-rompicapo, intricatissimo ma di sicuro fascino. L’effetto complessivo può certo dirsi riuscito, e una volta iniziato, risulta davvero difficile abbandonarne la lettura. Ma un eccessivo indulgere in questi giochi di specchi, potrebbe forse frustrare anche il lettore più ben disposto. La trama sembra infine condurre da nessuna parte, e l’interesse primario che guida la lettura diviene quello di sdipanare un mistero che pagina dopo pagina s’infittisce sempre più.</div>
<div style="text-align: justify">Gioca con noi, Laird Hunt, e lo fa con indubbia classe, ma dove questo libro riesca davvero a lasciare il segno, resta difficile a dirsi.</div>
<p style="text-align: justify"><strong>&#8220;La versione di Rembrandt&#8221;</strong> di Laird Hunt<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875202125/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875202125" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></p>
<p style="text-align: justify">titolo originale: <em>&#8220;The Exquisite&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify">edito da Alet</p>
<p style="text-align: justify">pp. 234  &#8211;  euro 16</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>&#8220;Il primo respiro&#8221; di Pier Francesco Gasparetto (Aliberti editore)</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 10:17:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Un santuario in montagna, una comunità di preti e suore di clausura, nobiltà massonica, dicerie e sotterfugi, alleanze e intrighi”. Niente male i presupposti per il nuovo libro di Pier Francesco Gasparetto, la cui “avvincente e misteriosa vicenda esplode a partire dal ritrovamento di un neonato piangente all’interno della chiesa”. Ma superata la soglia della quarta di copertina, ci confrontiamo con un plot che fatica a decollare, lungo una linea di sviluppo pure un po’ scontata – e non occorre nemmeno varcare troppo quella soglia, per intuirlo. I numerosi personaggi, appiattiti nelle loro tipologie caratteriali, mettono in scena quadretti che hanno tutto il sapore della fiction televisiva, con l’immancabile prete (o frate) investigatore di turno, con le macchiette dei commissari e appuntati, per non parlare di tutto il “piccolo popolo” che anima il paesello. E come se non bastasse, anche i nomi “parlano” fin troppo – dall’ingegner Prospero Delletrame, maestro di loggia massonica, fino ai coniugi Maltagliati, titolari di una “catena di negozi di abbigliamento maschile di super nicchia” (p. 37). La vicenda “avvincente e misteriosa” cui allude la quarta di copertina si esaurisce in scarni colpi di scena (largamente prevedibili) e nelle lunghe ricapitolazioni degli (altrettanto previsti) retroscena. E [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1765" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/05/Copertina-Gasparetto.jpg" alt="il primo respiro pier francesco gasperetto aliberti editore" width="190" height="283" />“Un santuario in montagna, una comunità di preti e suore di clausura, nobiltà massonica, dicerie e sotterfugi, alleanze e intrighi</em>”. Niente male i presupposti per il nuovo libro di <em>Pier Francesco Gasparetto</em>, la cui <em>“avvincente e misteriosa vicenda esplode a partire dal ritrovamento di un neonato piangente all’interno della chiesa”</em>. Ma superata la soglia della quarta di copertina, ci confrontiamo con un plot che fatica a decollare, lungo una linea di sviluppo pure un po’ scontata – e non occorre nemmeno varcare troppo quella soglia, per intuirlo. I numerosi personaggi, appiattiti nelle loro tipologie caratteriali, mettono in scena quadretti che hanno tutto il sapore della fiction televisiva, con l’immancabile prete (o frate) investigatore di turno, con le macchiette dei commissari e appuntati, per non parlare di tutto il “piccolo popolo” che anima il paesello. E come se non bastasse, anche i nomi “parlano” fin troppo – dall’ingegner Prospero Delletrame, maestro di loggia massonica, fino ai coniugi Maltagliati, titolari di una <em>“catena di negozi di abbigliamento maschile di super nicchia”</em> (p. 37). La vicenda <em>“avvincente e misteriosa”</em> cui allude la quarta di copertina si esaurisce in scarni colpi di scena (largamente prevedibili) e nelle lunghe ricapitolazioni degli (altrettanto previsti) retroscena. E non possiamo non storcere il naso di fronte ai molti refusi, spesso frutto di un’evidente incuria nella stesura ed edizione (<em>“non disdegnando servizi molto più terra umili”</em>, p. 16; <em>“silenzioso Smilziade serviva gli petit-four”</em>, p. 38; <em>“Invece, di alzare leggermente la voce”</em>, numero di pagina misteriosamente assente; <em>“l’Inno al Sole dalla Nona sinfonia di Beethoven”</em>, pagina ancora assente). Insomma: ne avremmo davvero abbastanza per sospirare chiedendo indietro all’autore il tempo perduto nella lettura.</div>
<div style="text-align: justify">Eppure quel tempo, di nostra propria volontà, l’abbiamo perso per davvero. Perché l’inevitabile delusione di fronte alle sbiadite “tinte gialle” di questo romanzo, è compensata cammin facendo dall’ironia che ne pervade le pagine. Prima di tutto quella giocata su noi lettori, che pronti ad abboccare agli ami lanciati dal narratore (“ecco finalmente l’omicidio! E poi lo scandalo! Le messe nere!”), torniamo di volta in volta con la coda tra le gambe alla semplice, prosaica realtà dei fatti. E poi quella determinata proprio dalla mediocrità dei personaggi, i cui caratteri così stereotipati ci portano inevitabilmente a simpatizzare con loro. L’abilità del narratore si gioca tutta nel confronto con questo grigiore diffuso: e gli inserimenti dell’indiretto libero, scanditi a puntino fra i molti dialoghi, favoriscono proprio quell’improbabile immedesimazione. La cifra stilistica di Gasparetto si definisce e ripete lungo tutto il libro, in un gioco quasi metaletterario costruito sul già detto e già sentito. La forma iterativa, così, torna sia a livello micro che macrostrutturale. Leggiamo allora brani come il seguente, il cui ritmo variato è costruito proprio sulle insistenti ripetizioni:</div>
<div style="text-align: justify"><em>“Taceva padre Saverio, occhi chiusi, capo chino, tacevano i fratelli maestri della loggia fra Dolcino, occhi chiusi, capo chino. / Occhi chiusi capo chino non tutti o, perlomeno, non sempre. Di quando in quando, qua e là, un capo chino si alzava guardingo, occhi chiusi aprivano una fessura a interrogare” </em>(p. 127)</div>
<div style="text-align: justify">E allo stesso modo percorriamo interi capitoli, come quello dal titolo <em>“Idea di mamma”</em>, che si apre con un Charlie piangente (<em>“È stata un’idea della mamma, io non c’entro”</em>, p. 243), per poi raccontarci come Charlie si sia infine ritrovato a scusarsi (piangente) di fronte a Padre Philip: <em>“È stata un’idea della mamma, io non c’entro”</em> (p. 244).</div>
<div style="text-align: justify">A ragion veduta, non possiamo che fare i complimenti allo scaltro Gasparetto, attento sia alle esigenze dei lettori in cerca di mediocrità (detto tra noi: alle ragioni del portafogli), sia a quelle della critica più attenta e agguerrita – e pure un poco antipatica.</div>
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<div><strong>&#8220;Il primo respiro&#8221;</strong> di Pier Francesco Gasparetto<a href="http://www.amazon.it/gp/product/887424763X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=887424763X" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></div>
<div>pubblicato da Aliberti editore</div>
<div>pp. 299  &#8211;  euro 17.50</div>
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<div><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></div>
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		<title>&#8220;C&#8217;è Ma Non Si&#8221; di Ali Smith (Feltrinelli)</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 14:39:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A volte non capire il titolo di un libro può diventare un buon pretesto per comprarlo. Ovviamente, dopo, dovremo fare i conti con noi stessi. Ma la quarta di copertina ci cattura: proviamo allora a immaginare una cena in un’elegante casa di Greenwich, dove uno degli invitati ad un certo punto sale al piano di sopra e si chiude in una stanza, con l’intenzione di non uscirne più. Per giorni, settimane, mesi: “forse per sempre”. Il lettore un poco prevenuto si chiederà a questo punto come possano occorrere 280 pagine per prendere la sana decisione di chiamare un fabbro – quello più curioso, invece, vorrà sapere come possano essere usate per non decidere di farlo. Con C’è Ma Non Si, Ali Smith conferma il suo talento di scrittrice, offrendo al lettore un piacevole “romanzo dell’assurdo”, scritto in una prosa spigliata e spiritosa, con un costante gusto per l’ironia witty e per il gioco di parole. La forma, moderatamente sperimentale, non impaccia troppo la scorrevolezza del testo: a tratti, specie all’inizio, ci s’ingarbuglia un poco, tra continui salti temporali, digressioni e gustosi misunderstandings – ma una volta prese le misure si può godere appieno della lettura. Anche perché, nei limiti della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify"><a href="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/04/Ali-Smith-Ce-Ma-Non-Si.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1619" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/04/Ali-Smith-Ce-Ma-Non-Si.jpg" alt="" width="190" height="296" /></a>A volte non capire il titolo di un libro può diventare un buon pretesto per comprarlo. Ovviamente, dopo, dovremo fare i conti con noi stessi. Ma la quarta di copertina ci cattura: proviamo allora a immaginare una cena in un’elegante casa di Greenwich, dove uno degli invitati ad un certo punto sale al piano di sopra e si chiude in una stanza, con l’intenzione di non uscirne più. Per giorni, settimane, mesi: <em>“forse per sempre”</em>. Il lettore un poco prevenuto si chiederà a questo punto come possano occorrere 280 pagine per prendere la sana decisione di chiamare un fabbro – quello più curioso, invece, vorrà sapere come possano essere usate per non decidere di farlo.</div>
<div style="text-align: justify">Con <strong>C’è Ma Non Si</strong>, <em>Ali Smith</em> conferma il suo talento di scrittrice, offrendo al lettore un piacevole “romanzo dell’assurdo”, scritto in una prosa spigliata e spiritosa, con un costante gusto per l’ironia <em>witty</em> e per il gioco di parole. La forma, moderatamente sperimentale, non impaccia troppo la scorrevolezza del testo: a tratti, specie all’inizio, ci s’ingarbuglia un poco, tra continui salti temporali, digressioni e gustosi <em>misunderstandings</em> – ma una volta prese le misure si può godere appieno della lettura. Anche perché, nei limiti della forma stabilita, lo stile cambia per ognuno dei quattro “quadri” che compongono il libro: quattro voci distinte che tentano ognuna a suo modo di tracciare la figura del grande assente, Miles Garth.</div>
<div style="text-align: justify">Perché la vicenda è proprio quella della quarta di copertina: solo che il protagonista, diversamente dal monomaniaco che molti avranno immaginato al primo approccio, rivela una profonda dignità umana, che scaturisce appieno dalla splendida scena centrale. È infatti nel corso della famigerata cena in casa Lee, che tutte le ipocrisie e le contraddizioni della società inglese “colta ed elegante” emergono con più forza – e la decisione di barricarsi in una stanza di quella casa non è tanto una fuga, quanto il tentativo di scardinarne il meccanismo malato. La serie di eventi scatenati da questa scelta culmina inevitabilmente nel fenomeno mediatico (la “Milomania”): e presto “il maniaco” non è più Miles Garth ma la folla che si accalca sotto la sua finestra chiusa. La finale catarsi, poi, affidata al flusso di coscienza di una bambina (la splendida Brooke Bayoude, cui è dedicato l’ultimo “quadro”), rivela l’assoluta inanità di questa attesa.</div>
<div style="text-align: justify">Degno di nota è infine il “prologo” della vicenda: una scena di difficile interpretazione, che dovrà essere riletta alla luce delle pagine finali. Anche qui è infatti un bambino a ridare all’uomo la vista e la parola, a riconsegnargli un’identità propria tramite un gesto semplicissimo.</div>
<div style="text-align: justify">Con questa sua ultima fatica, Ali Smith non porta certo alcuna vera novità nel panorama letterario contemporaneo. Ma di fronte a tanti prodotti sempre più standardizzati, questo gustoso mix di commedia dell’assurdo e critica sociale si distingue con sicura evidenza. Un libro da consigliare, intrigante e divertente, adatto per i lettori non troppo esigenti o già annoiati, ma soprattutto per quelli dotati del più sano gusto per l’autoironia.</div>
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<div style="text-align: justify"><strong>&#8220;C&#8217;è Ma Non Si&#8221;</strong> di Ali Smith<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807018772/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807018772" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></div>
<div style="text-align: justify">edito da Feltrinelli</div>
<div style="text-align: justify">pp. 288  &#8211;  euro 19</div>
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<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
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<div style="text-align: justify"><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></div>
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		<title>&#8220;Qualcosa di scritto&#8221; di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie)</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Mar 2012 15:30:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel suo taglio pseudo-autobiografico (una “storia quasi vera”, avverte la copertina) “Qualcosa di scritto” gioca sul confine tra il romanzo e il saggio critico. Ma pochi saggi riescono a essere penetranti come questo libro, che unisce alla più raffinata erudizione un’intensa carica umana. Ed è un’umanità viscerale, quasi espressionistica, quella che emerge dalle due figure principali del romanzo: in primo luogo l’assente, “il fantasma di P.P.P.”, che aleggia sulle strade romane come una presenza scomoda quanto necessaria; e poi lei, Laura Betti, la storica “amica” di Pier Paolo Pasolini, che come un vortice avvolge su di sé ogni pagina in cui compare. “La Pazza”, traccia vivente di un incontro “che non saprei definire meglio che catastrofico”, isterica rivelazione di qualcosa che le pagine di un libro non possono contenere, e che deve necessariamente passare attraverso il contatto umano, nella forma del contagio. Perché obiettivo finale del romanzo è la ricostruzione di un “momento basilare”, matrice su cui si struttura la grande opera incompiuta di Pier Paolo Pasolini, il romanzo-poema “Petrolio”. Con “Qualcosa di scritto”, Emanuele Trevi ha tentato di porre luce sul concetto di “iniziazione”, un concetto che in Pasolini si carica di attributi misterici così radicati da renderne impossibile [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify"><a href="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/03/Emanuele-Trevi-Qualcosa-di-scritto.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1508" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/03/Emanuele-Trevi-Qualcosa-di-scritto.jpg" alt="" width="190" height="290" /></a>Nel suo taglio pseudo-autobiografico (una “storia quasi vera”, avverte la copertina) <strong>“Qualcosa di scritto”</strong> gioca sul confine tra il romanzo e il saggio critico. Ma pochi saggi riescono a essere penetranti come questo libro, che unisce alla più raffinata erudizione un’intensa carica umana.</div>
<div style="text-align: justify">Ed è un’umanità viscerale, quasi espressionistica, quella che emerge dalle due figure principali del romanzo: in primo luogo l’assente, “il fantasma di P.P.P.”, che aleggia sulle strade romane come una presenza scomoda quanto necessaria; e poi lei, Laura Betti, la storica “amica” di Pier Paolo Pasolini, che come un vortice avvolge su di sé ogni pagina in cui compare. <em>“La Pazza”</em>, traccia vivente di un incontro <em>“che non saprei definire meglio che catastrofico”</em>, isterica rivelazione di qualcosa che le pagine di un libro non possono contenere, e che deve necessariamente passare attraverso il contatto umano, nella forma del contagio.</div>
<div style="text-align: justify">Perché obiettivo finale del romanzo è la ricostruzione di un “momento basilare”, matrice su cui si struttura la grande opera incompiuta di Pier Paolo Pasolini, il romanzo-poema “Petrolio”. Con “Qualcosa di scritto”, <em>Emanuele Trevi</em> ha tentato di porre luce sul concetto di “iniziazione”, un concetto che in Pasolini si carica di attributi misterici così radicati da renderne impossibile la semplice identificazione, lasciando libero spazio alle interpretazioni più degradanti. L’incontro con “la Pazza”, la lunga sopportazione delle più sadiche angherie, assume così la stessa funzione che in “Petrolio” hanno le mutazioni fisiche e sessuali dei protagonisti: ricostruire qualcosa che <em>“non si può insegnare, perché l’insegnamento è basato sull’ascolto, colpisce l’udito, mentre l’iniziazione agisce direttamente sulla mente, non lascia un insegnamento ma «un’impronta»”</em> (p. 221). Questa ricerca erudita si raffina poi nel finale ritorno in Grecia, impostando un’ermeneutica che – in perfetto stile pasoliniano – <em>“non cita, ma incarna, collauda, sperimenta”</em> (p. 193).</div>
<div style="text-align: justify">La prosa con cui Trevi racconta questo percorso storico e viscerale è quella dello scrittore consumato, ormai sicuro dei propri mezzi, ma anche dotato di un naturale talento per l’affabulazione. Concedendosi assai di rado il lusso dell’accapo, abbandonandosi volentieri a lunghe divagazioni, la sua voce non annoia mai, stringe con destrezza le redini dell’attenzione, toccando in breve tutte le modulazioni (dal critico al riflessivo, dal poetico al volgare, con balzi repentini e mai del tutto prevedibili). E giusto per non fare dello stile un vezzo, la struttura monolitica dei primi capitoli si sfalda gradualmente nel finale, sfiorando le regioni della poesia. A seguire, un apparato di note e perfino una bibliografia ma non in forma accademica: l’appendice ci racconta altre storie, invitando spesso al riso e all’ironia.</div>
<div style="text-align: justify">Un libro di sicuro valore, forse non di così facile fruizione, ma che ci offre il suo ricco bagaglio di conoscenza in tratti vivi e coinvolgenti. Potrà essere lamentata una certa inconsistenza nella trama, che non trascina né cattura il lettore, ma già dalle prime pagine era stata dichiarata la totale estraneità a certe pratiche dell’intrattenimento – rappresentate dalla figura “luciferina” dell’editor, il cui compito è <em>“trasformare tutta la letteratura in narrativa”</em>, e soprattutto <em>“rendere omogenei lo scrittore e il suo lettore”</em> (pp. 20-21).</div>
<div style="text-align: justify">Pasolini non voleva nulla di tutto ciò, e forse nemmeno noi dovremmo accettarlo tanto felicemente. La letteratura, al di là di quanto piacevole o “vendibile”, resta in primo luogo “qualcosa di scritto”, e compito dello scrittore autentico sarà quello non esaurirne il mistero.</div>
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<div style="text-align: justify"><strong>&#8220;Qualcosa di scritto&#8221;</strong> di Emanuele Trevi<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8862200641/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8862200641" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></div>
<div style="text-align: justify">edito da Ponte alle Grazie</div>
<div style="text-align: justify">pp. 247  &#8211;  euro 16.80</div>
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<div style="text-align: justify"><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></div>
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		<title>&#8220;Imparare a pregare nell&#8217;era della tecnica&#8221; di Gonçalo Tavares (Feltrinelli)</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 23:15:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lenz Buchmann è un uomo che si è posto al centro del suo mondo. È lui a determinarne la morale, è lui a decretarne con cinismo le leggi. La sua posizione in questo mondo è divenuta così stabile e radicata da potenziarsi giorno dopo giorno, in una concentrazione che è anche inesorabile assottigliamento, verso una finale e inevitabile dissoluzione nel nulla. Con questo “Imparare a pregare nell’era della tecnica”, Gonçalo M. Tavares non intende presentarci il classico racconto edificante, in cui l’uomo cinico e dissoluto raggiunge infine la consapevolezza di un bene superiore. Anzi, la mano più spietata in queste pagine non è tanto quella del chirurgo Lenz Buchmann, impegnato nella sua lotta senza quartiere contro “la malattia” (ma anche per affermare se stesso), quanto quella dello scrittore che ne racconta la vicenda. Il bisturi che scruta l’organismo del paziente è quindi la prosa lucida e concisa di Tavares, abile a immergerci nella mente del protagonista, a fare della narrazione un trattato sulla natura umana, senza ipocrisie né perbenismi, ma solo con la fredda consapevolezza di chi ha avuto il coraggio di fissare uno sguardo veramente in profondità. Ciò che ne emerge è uno spettacolo a tratti sconsolante: non c’è [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify"><a href="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/02/tavares-580.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1437" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2012/02/tavares-580.jpg" alt="" width="190" height="299" /></a>Lenz Buchmann è un uomo che si è posto al centro del suo mondo. È lui a determinarne la morale, è lui a decretarne con cinismo le leggi. La sua posizione in questo mondo è divenuta così stabile e radicata da potenziarsi giorno dopo giorno, in una concentrazione che è anche inesorabile assottigliamento, verso una finale e inevitabile dissoluzione nel nulla.</div>
<div style="text-align: justify">Con questo <strong>“Imparare a pregare nell’era della tecnica”</strong>, <em>Gonçalo M. Tavares</em> non intende presentarci il classico racconto edificante, in cui l’uomo cinico e dissoluto raggiunge infine la consapevolezza di un bene superiore. Anzi, la mano più spietata in queste pagine non è tanto quella del chirurgo Lenz Buchmann, impegnato nella sua lotta senza quartiere contro “la malattia” (ma anche per affermare se stesso), quanto quella dello scrittore che ne racconta la vicenda. Il bisturi che scruta l’organismo del paziente è quindi la prosa lucida e concisa di Tavares, abile a immergerci nella mente del protagonista, a fare della narrazione un trattato sulla natura umana, senza ipocrisie né perbenismi, ma solo con la fredda consapevolezza di chi ha avuto il coraggio di fissare uno sguardo veramente in profondità.</div>
<div style="text-align: justify">Ciò che ne emerge è uno spettacolo a tratti sconsolante: non c’è salvezza, non c’è redenzione alcuna. Anche quei personaggi che dovrebbero farsi portatori di un barlume di speranza, rivelano infine la propria sostanziale inadeguatezza.</div>
<div style="text-align: justify">In questa landa desolata la penna di Tavares si muove con un’intensità e una sicurezza senza eguali. I momenti migliori della sua prosa sono proprio quelli in cui il degrado morale si fa più palpabile, quando la natura umana si confonde per un attimo con quella animale – rivelando così la sua indole più riposta. Ma questa vertiginosa profondità di scavo si accompagna anche a un’armonizzazione della struttura complessiva: dopo essersi abbondantemente immersi nella lettura del libro, non mancherà di sorprenderci un curioso gioco di corrispondenze, superiore al piano della resa realistica dei fatti, e sconfinante entro ambiti più propriamente metaletterari. Si tratta di accorgimenti sottili, che possono anche sfuggire a un primo controllo, ma che s’impongono inevitabili se s’innalza anche di poco il punto di osservazione. E così risultano spiegate almeno in parte quelle che all’inizio erano potute sembrare semplici trascuratezze nella narrazione.</div>
<div style="text-align: justify">Perché lo si è già detto: <em>“Imparare a pregare nell’era della tecnica” </em>è un romanzo fortemente introspettivo, in cui scarseggiano l’azione e i dialoghi, in cui le descrizioni (di stati d’animo, o di posizioni morali) dominano assolute sulla narrazione. Eppure, alla grande profondità dell’indagine sull’indole del protagonista, si accompagna un’innegabile piattezza nella caratterizzazione psicologica di quasi tutti gli altri personaggi – dei quali in alcuni casi (e che casi!) non viene nemmeno riportato il nome. Ma tutto, come in una rete ben programmata dal principio, torna perfettamente: perché la “posizione nel mondo” di Lenz Buchmann è determinata da una serie di rapporti di forza, da parallelismi in cui le singole persone si riducono ad anonimi numeri, liberamente interscambiabili. Unica figura a reggere il confronto è quella del padre, non a caso sentito da Lenz come parte di un’unica energia incarnata. E sarà ovviamente nel rapporto con questa figura, che il grande programma dell’homo faber vivrà il suo dramma più feroce.</div>
<div style="text-align: justify">Conclusa la lettura, non sarà certo necessario seguire il consiglio di José Saramago in quarta di copertina (“Verrebbe voglia di dargli un pugno!”), ma è anche indubbio che se con questo libro Tavares ha confermato ancora una volta il proprio talento, lo ha fatto infastidendoci in maniera sopraffina, dalla prima all’ultima pagina. Sarà compito del lettore più avveduto ricostruirne l’intelligente elaborazione, individuandone i punti di forza ma anche le inevitabili debolezze. Perché se da un punto di vista teorico e stilistico il lavoro resta ineccepibile, in molti casi manca di quella genuinità che più profondamente avvince il lettore e che soprattutto serve a fare di un buon libro un vero capolavoro.</div>
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<div style="text-align: justify"><strong>&#8220;Imparare a pregare nell’era della tecnica&#8221;</strong> di Gonçalo M. Tavares</div>
<div style="text-align: justify"><em>titolo originale:</em> &#8220;Aprender a rezar na era da téchnica. Posição no mundo de Lenz Buchmann&#8221;</div>
<div style="text-align: justify">edito da Feltrinelli<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807018721/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807018721" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></div>
<div style="text-align: justify">pp. 283  &#8211;  euro 17</div>
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<div style="text-align: justify"><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></div>
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		<title>&#8220;Mr Gwyn&#8221; di Alessandro Baricco (Feltrinelli)</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 18:00:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Jasper Gwyn mi ha insegnato che non siamo personaggi, siamo storie, disse Rebecca. Ci fermiamo all’idea di essere un personaggio impegnato in chissà quale avventura, anche semplicissima, ma quel che dovremmo capire è che noi siamo tutta la storia, non solo quel personaggio&#8221; (p. 155) Dopo gli impegni – discussi e discutibili – come regista e critico sociale, Alessandro Baricco torna a confermare la sua vena creativa primaria, di grande ed esperto affabulatore. Il suo ultimo lavoro, &#8220;Mr Gwyn&#8221;, è un romanzo giocato sottilmente, con l’abilità dello scrittore sicuro sulla sua tastiera, che cattura il lettore attraverso le semplici atmosfere, le piccole sfumature, creando un senso di suspense lieve ma costante. Lungi dagli stilemi del romanzo giallo, il libro s’incentra comunque su un’indagine, su un mistero: solo che l’enigma, qui, non è chiuso entro stanze segrete o sulla scena del crimine, ma vive nel suo stesso protagonista, Jasper Gwyn. Lo spiazzamento primario è quindi dato da un processo inverso rispetto a quello del più comune sviluppo narrativo: mentre in genere lo svolgersi della trama comporta un progressivo avvicinamento del lettore all’indole del protagonista, qui la storia parte da una visione soggettiva, elidendo però pagina dopo pagina il protagonista stesso. Quasi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><em><a href="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/11/Alessandro-Baricco-Mr.-Gwyn.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1340" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/11/Alessandro-Baricco-Mr.-Gwyn.jpg" alt="" width="203" height="319" /></a>&#8220;Jasper Gwyn mi ha insegnato che non siamo personaggi, siamo storie, disse Rebecca. Ci fermiamo all’idea di essere un personaggio impegnato in chissà quale avventura, anche semplicissima, ma quel che dovremmo capire è che noi siamo tutta la storia, non solo quel personaggio&#8221;</em> (p. 155)</p>
<p style="text-align: justify">Dopo gli impegni – discussi e discutibili – come regista e critico sociale, <em>Alessandro Baricco</em> torna a confermare la sua vena creativa primaria, di grande ed esperto affabulatore. Il suo ultimo lavoro, <strong>&#8220;Mr Gwyn&#8221;</strong>, è un romanzo giocato sottilmente, con l’abilità dello scrittore sicuro sulla sua tastiera, che cattura il lettore attraverso le semplici atmosfere, le piccole sfumature, creando un senso di suspense lieve ma costante. Lungi dagli stilemi del romanzo giallo, il libro s’incentra comunque su un’indagine, su un mistero: solo che l’enigma, qui, non è chiuso entro stanze segrete o sulla scena del crimine, ma vive nel suo stesso protagonista, Jasper Gwyn.<br />
Lo spiazzamento primario è quindi dato da un processo inverso rispetto a quello del più comune sviluppo narrativo: mentre in genere lo svolgersi della trama comporta un progressivo avvicinamento del lettore all’indole del protagonista, qui la storia parte da una visione soggettiva, elidendo però pagina dopo pagina il protagonista stesso. Quasi che la ricerca di un’identità, di una ragione di vita (obiettivo primario di Mr. Gwyn), potesse realizzarsi solo attraverso un processo di totale “spersonalizzazione” del soggetto. Il gioco è qui realizzato da Baricco servendosi di un semplice accorgimento: l’introduzione di un deuteragonista (Rebecca) che gradualmente si sostituisce al personaggio principale, trasformandolo da soggetto in oggetto d’analisi.<br />
La vicenda è semplice da riassumere: uno scrittore affermato (Mr. Gwyn) pubblica un articolo in cui elenca 52 cose che non farà mai più nella sua vita. L’ultima, ovviamente, è: “scrivere libri”. Ancor più ovvio il fatto che per lui smettere di scrivere sarà impresa ardua, che lo obbligherà ad escogitare curiosi surrogati (<em>&#8220;come il mettere insieme frasi nella sua mente o allacciarsi le scarpe con una lentezza da idiota&#8221;</em>, p. 27). Fin qui niente di originale. Ma quando Mr. Gwyn scopre la sua vera vocazione, il “mistero” mette finalmente piede nel romanzo. Per dedicarsi alla professione di “copista” (si noti: la parola in lui sorge ancor prima della definizione), egli escogita una complicatissima procedura finalizzata alla “copiatura” di soggetti umani. Insomma, suo obiettivo finale è la realizzazione di “ritratti” (in parole) di singole persone. E qui Baricco gioca con la sua consueta abilità di scrittore: senza scoprire totalmente le carte, ci descrive la sofisticatissima preparazione dello “studio di posa” dello scrittore, ci introduce al fascino arcano dei suoi “ritratti”, senza però mai rivelarli o descriverli – perché “proprietà privata” dei loro soggetti. E mentre risulta evidente che la ricerca “pittorica” di Mr. Gwyn punta alla scoperta del sé (all’autoritratto), la sua immagine si affievolisce gradualmente, fino ad eclissarsi del tutto.<br />
Ma il lettore così “giocato” scoprirà il significato del gioco assieme a Rebecca (personaggio che invece “prende forma” attraverso il romanzo), con quella rivelazione finale (che noi siamo le storie, non solo i personaggi) a sottolineare come ciò che conta realmente non è l’individuazione, ma il rapporto.<br />
Sul piano dello stile poche le novità, con la solita prosa “marchio di fabbrica” di Alessandro Baricco: l’abilità ad equilibrare i toni intensi e le battute colloquiali, i ritmi piani e sincopati; la costante tendenza a sorprendere il lettore in brevi battute (un poco sentenziose) che precipitano come fugaci illuminazioni attraverso il limpido scorrere della prosa – come nell’affermazione: <em>&#8220;Morire è solo un modo particolarmente esatto di invecchiare&#8221;</em> (p. 56); o all’uscita di Rebecca dallo studio di Mr. Gwyn: <em>&#8220;Come ogni sera, fece i primi passi per strada con un’incertezza da animale appena nato&#8221;</em> (p. 75).</p>
<p style="text-align: justify">Una lettura piacevole e suggestiva, facile da digerire e “consumabile” nello spazio di un solo pomeriggio; e l’esperienza non si esaurisce in se stessa, lasciando al passaggio una lieve lievissima traccia, ma permanente.</p>
<p><strong>&#8220;Mr. Gwyn&#8221;</strong> di Alessandro Baricco<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807018624/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807018624" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></p>
<p>edito da Feltrinelli</p>
<p>pp. 158  &#8211;  euro 14</p>
<p><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></p>
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		<title>&#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221; di Giorgio Manganelli (Adelphi)</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 18:56:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Ametrano]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[A vent’anni dalla morte rumoreggiano ancora i borborigmi del «Mangagnifico»! Dal suo intestino ormai quintessenziale, pervengono a tratti piccoli gorgogliamenti, borbottii, e poi «quei rutti, quelle loffe», quei sommovimenti «di un’anima colliquante» da cui sgorga una vera inondazione – di parole (ma non s’inorridisca, prego!, si citano qui le epistole dell’esimio scrittore all’illustre maestro Anceschi: I borborigmi di un’anima, Torino, Aragno, 2010). Ché qui parliamo di un libro, ovviamente. &#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221;, raccolta di racconti postuma dello scrittore Giorgio Manganelli, ingorgo difficile a districare, come il caotico archivio su cui da anni si applica Salvatore Silvano Nigro. Nella postfazione dal titolo Il laboratorio di Giorgio Manganelli, Nigro esalta il valore di questi scritti per lo più inediti, vera “palestra stilistica” dello scrittore (e la silloge copre un periodo assai lungo, dal 1940 al 1982 – mentre i libri del “Manga” uscirono tra il 1964 e… oggi); ma i racconti di &#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221; sono molto più di semplici esercizi di stile. Ok, non lo nascondo: molti restano davvero ostici. Pochi lettori avranno il sufficiente gusto dell’autolesionismo che porta a divorare con sommo piacere le perorazioni de L’archimandrita dei demonofili al suo gregge, o le pseudotanatologiche riflessioni (già l’aggettivo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/10/ti-uccidero-mia-capitale-2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1261" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/10/ti-uccidero-mia-capitale-2.jpg" alt="" width="203" height="320" /></a>A vent’anni dalla morte rumoreggiano ancora i borborigmi del «Mangagnifico»! Dal suo intestino ormai quintessenziale, pervengono a tratti piccoli gorgogliamenti, borbottii, e poi «quei rutti, quelle loffe», quei sommovimenti «di un’anima colliquante» da cui sgorga una vera inondazione – di parole (ma non s’inorridisca, prego!, si citano qui le epistole dell’esimio scrittore all’illustre maestro Anceschi: <em>I borborigmi di un’anima</em>, Torino, Aragno, 2010).<br />
Ché qui parliamo di un libro, ovviamente. <strong>&#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221;</strong>, raccolta di racconti postuma dello scrittore <em>Giorgio Manganelli</em>, ingorgo difficile a districare, come il caotico archivio su cui da anni si applica Salvatore Silvano Nigro. Nella postfazione dal titolo <em>Il laboratorio di Giorgio Manganelli</em>, Nigro esalta il valore di questi scritti per lo più inediti, vera “palestra stilistica” dello scrittore (e la silloge copre un periodo assai lungo, dal 1940 al 1982 – mentre i libri del “Manga” uscirono tra il 1964 e… oggi); ma i racconti di &#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221; sono molto più di semplici esercizi di stile.<br />
Ok, non lo nascondo: molti restano davvero ostici. Pochi lettori avranno il sufficiente gusto dell’autolesionismo che porta a divorare con sommo piacere le perorazioni de <em>L’archimandrita dei demonofili al suo gregge</em>, o le pseudotanatologiche riflessioni (già l’aggettivo spaventa) degli <em>Appunti per l’autobiografia di un Longaevus</em> – per non parlare della <em>Guida del paese di Baedeker</em>, la quale, piuttosto che un (già quanto avvincente?) manualetto turistico-geografico, si rivela essere la Prefazione a quel manualetto mai realizzato (perché forse il paese descritto non esiste affatto). Ma ci si sgomenta covando il riso più irrefrenabile, come nella pagina che descrive la morte del primo compilatore della Guida:<br />
<em>«A quarantun’anni, un mese, un giorno, un’ora, tre minuti e diciotto secondi, mentre attendeva di attraversare un incrocio, ebbe una visione: la visione durò trenta secondi, ma al termine di quel tempo egli era un uomo radicalmente cambiato; purtroppo ebbe solo il tempo di cambiare cravatta, […] che gli toccò di morire. Lo specchietto retrovisore di un missile lo sfiorò, ed egli cadde nel nulla, sebbene vi sia la pia leggenda che egli sia morto per essersi visto in quello specchietto, e in quell’istante di aver conosciuto i contrassegni di un volto irreparabilmente compromesso con l’esistenza»</em> (pp. 205-6)<br />
La logica gioca scherzi curiosi, a chi vuol esser “logico” di professione, e quindi non resta che servirsi dei suoi inganni per “fare letteratura”. L’inganno innocente di Manganelli (e degli “angeli” dei suoi racconti) è un gioco a carte scoperte col lettore, il quale non può non cogliere la menzogna delle sue intricatissime costruzioni, raccontate ammiccando e sempre sorridendo sotto sintattici baffi. Il rifiuto radicale della “narrazione” (che pur resta viva in esempi magnifici, come nel tabucchiano <em>La cartolina</em>) si scioglie entro complesse quanto paradossali “investigazioni filologiche” (si veda la suggestiva <em>Addenda</em>), in pièce teatrali autocontraddittorie, nelle molteplici mise-en-abyme di racconti-Matrioska (Taccuino), abbandonandosi ancor più volentieri a private elucubrazioni; e lo “spazio narrativo” si riduce alla mente dei singoli personaggi (storici, mitici, improbabili) o alle riflessioni dello stesso autore, intento a trovare un modo per scrivere un libro finalmente “vendibile”, impegnato con innocente disonestà a Scrivere storie umane:<br />
<em>«Tu devi trovare delle storie “buone”, […] che facciano sentire migliori, ma non per molto: buone, dolci, e dolorose. I dolori altrui ci fanno buoni, ci perfezionano: i nostri, perfezionano il nostro turpiloquio» </em>(pp. 99-100).<br />
Parrà un poco apologetico, ma il “turpiloquio” manganelliano, nella sua vita tormentata da fantasmi interori e crisi nervose, fu proprio la letteratura.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><strong>&#8220;Ti ucciderò, mia capitale&#8221;</strong> di Giorgio Manganelli<a href="http://www.amazon.it/gp/product/884592565X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=884592565X" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></p>
<p style="text-align: justify">edito da Adelphi</p>
<p style="text-align: justify">pp. 376  &#8211;  euro 25</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></p>
<p style="text-align: justify">
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		<title>&#8220;Vita breve di un giovane gentiluomo&#8221; di Jean Teulé (Neri Pozza)</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 15:39:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È martedì 16 agosto 1870 quando Alain de Monéys, giovane aristocratico del Périgord, esce da casa dei genitori diretto alla fiera di Hautefaye, il villaggio più vicino. Alain è un uomo di buon cuore, intelligente e gentile. […] Alle due del pomeriggio arriva all&#8217;ingresso della fiera. Due ore più tardi, la folla impazzita lo avrà linciato, torturato, bruciato vivo e, addirittura, mangiato. Come è stato possibile un tale orrore? Le premesse, è giusto dirlo, piuttosto che avvincenti sono davvero agghiaccianti. Il breve libro di Jean Teulé (affermatosi negli anni ’80 come fumettista, ma da due decenni ormai romanziere di successo) si sperimenta nel doppio tentativo di abbozzare una risposta al terribile quesito, sforzandosi al contempo di fornire una precisa ricostruzione storica dei fatti. Ma premetto ulteriormente: non si può dire che questo risultato sia del tutto raggiunto. La narrazione di Teulé non nasconde nulla, cerca perfino (a tratti) di porsi entro una distanza prospettica, da cui osservare i fatti con un sostanziale distacco emotivo, capace di metterne a nudo le (devianti) logiche di fondo. Ma questo sforzo “teorico” si accompagna ad una pratica ben più invasiva, per cui il narratore giunge spesso ad esprimere apertamente le sue opinioni, facendo proprio [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/10/Vita-breve-di-un-giovane-gentiluomo-copy.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1179" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/10/Vita-breve-di-un-giovane-gentiluomo-copy.jpg" alt="" width="185" height="290" /></a>È martedì 16 agosto 1870 quando Alain de Monéys, giovane aristocratico del Périgord, esce da casa dei genitori diretto alla fiera di Hautefaye, il villaggio più vicino. Alain è un uomo di buon cuore, intelligente e gentile. </em>[…]<em> Alle due del pomeriggio arriva all&#8217;ingresso della fiera. Due ore più tardi, la folla impazzita lo avrà linciato, torturato, bruciato vivo e, addirittura, mangiato. Come è stato possibile un tale orrore?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Le premesse, è giusto dirlo, piuttosto che avvincenti sono davvero agghiaccianti. Il breve libro di <em>Jean Teulé </em>(affermatosi negli anni ’80 come fumettista, ma da due decenni ormai romanziere di successo) si sperimenta nel doppio tentativo di abbozzare una risposta al terribile quesito, sforzandosi al contempo di fornire una precisa ricostruzione storica dei fatti. Ma premetto ulteriormente: non si può dire che questo risultato sia del tutto raggiunto. La narrazione di Teulé non nasconde nulla, cerca perfino (a tratti) di porsi entro una distanza prospettica, da cui osservare i fatti con un sostanziale distacco emotivo, capace di metterne a nudo le (devianti) logiche di fondo. Ma questo sforzo “teorico” si accompagna ad una pratica ben più invasiva, per cui il narratore giunge spesso ad esprimere apertamente le sue opinioni, facendo proprio quell’annichilimento che è anche del lettore – come quando, di fronte alla folla esaltata e inferocita, esclama: «Che pena. Solo il diavolo può divertirsi in un gioco così abietto. Abbiate pietà di loro» (p. 72). Lungi da realismi di marca capotiana, la ricostruzione storica di Teulé gioca quindi su un piano del tutto diverso, ed è proprio in questa sua apparente “carenza”, che essa realizza appieno le sue potenzialità. Non si mancherà di osservare, infatti – un poco criticamente –, una certa “piattezza” nella caratterizzazione psicologica di molti personaggi, che appaiono spesso decisamente stereotipati: ma lo “spessore” non è ciò che l’autore ricerca in questa vicenda. Colpirà così l’immagine scelta per descrivere l’ingresso del protagonista nel famigerato villaggio: «La folla si fende, si apre in cerchio; vista dal cielo, si direbbe un sorriso. Alain entra e quella strana bocca si richiude dietro di lui» (p. 19). L’esperienza acquisita come disegnatore, guida Teulé in una rappresentazione grafica (vista dall’alto) della vicenda, tanto che ogni capitolo della <em>via crucis</em> di Alain de Monéys (qui le “stazioni” sono tredici, contro le quattordici canoniche) è accompagnato da un disegno del percorso da lui descritto all’interno del piccolo villaggio. Seguendo una suggestione filmica, la topografia del paesino di Hautefaye richiama così la <em>Dogville </em>di Lars Von Trier – come anche le crudeltà che vi si annidano. Solo che le logiche d’interazione tra i protagonisti non vengono qui giocate sulla sottile scacchiera psicologica della sceneggiatura trieriana, ma nel vorticoso agitarsi di quegli “atomi impazziti” che sono gli avventori della fiera, “orbitanti” attorno al corpo maciullato della loro vittima (cfr. p. 37). La condizione indagata da Teulé è quella del più profondo abominio, quando l’anima esaurisce completamente il suo spessore umano, riducendosi a punto senza dimensioni, ormai completamente privo di autocontrollo – e l’uomo che ne ha fatto esperienza potrà davvero dire: <em>&#8220;Non so cosa mi sia preso&#8221;</em>. <strong>Vita breve di un giovane gentiluomo</strong> non sarà forse un libro perfettamente riuscito, ma resta una lettura capace di lasciare il segno, catturando il lettore pur nella “scontatezza” del suo procedere (come “scontato” è il susseguirsi delle stazioni di una <em>via crucis</em>). E se riposto il libro, a restare sarà solo una sensazione di grande vuoto e insensatezza, forse esso avrà agito più in profondità di quanto sia apparso: perché contro il <em>&#8220;Non so cosa mi sia preso&#8221;</em> del carnefice, il lettore avrà opposto una semplice domanda: <em>“Ma cosa mi è successo?”</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Vita breve di un giovane gentiluomo&#8221;</strong> di Jean Teulé<a href="http://www.amazon.it/gp/product/885450405X?ie=UTF8&amp;tag=esdistwwgaco-21&amp;linkCode=xm2&amp;camp=3370&amp;creativeASIN=885450405X" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1138" src="http://www.gabrieleametrano.com/wp/wp-content/uploads/2011/09/Compra-da-Amazon-copy.jpg" alt="" width="90" height="28" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">titolo originale: &#8220;Mangez-le si vous voulez&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">edito da Neri Pozza</p>
<p style="text-align: justify;">pp. 141  &#8211;  euro 14.50</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://it-it.facebook.com/people/Simone-Rebora/100001613200088" target="_blank">Recensione di Simone Rebora</a></p>
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